“Una politica industriale energetica non è più rinviabile”

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Non è certo uno di quelli che le manda a dire, Giulio Sapelli, professore ordinario di Storia economica all’Università di Milano. Nel commentare le luci e, soprattutto, le ombre della liberalizzazione dei mercati energetici, il professore ha speso parole dure, pesanti, nel confronti di una politica “ingessata” se non “corrotta” e di un’Autorità per l’energia e il gas “la cui incapacità tecnica si palesa giorno dopo giorno”. Il bilancio di questi primi dieci anni di liberalizzazione è piuttosto impietoso a causa della “rigidità della struttura dell’offerta” e della “mancanza nel nostro Paese, di una politica industriale energetica”. L’Italia, ci ha ricordato Sapelli, è la nazione con il più alto grado di frammentazione degli operatori in settori strategici delle filiere. A partire dal gas. Da un lato, è vero, sta il gigante dell’Eni, il principale interlocutore dell’estrazione all’estero e dello stoccaggio in Italia del gas naturale, seguito da Edison ma, “se guardiamo alle concessioni per la distribuzione sono ben 700, le municipalizzate e le compagnie private, con perdite di efficienza e incapacità di acquisire masse critiche”.
Il nostro Paese è anche la terza nazione in Europa per consumo di gas naturale ma “fortissima è la nostra dipendenza dall’estero”, avverte Sapelli. Il gas infatti è la seconda sorgente energetica della nazione con un’incidenza del 31,4% sul totale, ma solo il 18% è di origine nazionale, mentre il 29% viene importato dalla Russia, il 28% dall’Algeria, il 19% dal Nord Europa e il rimanente 6% è composto dalle importazione di gas naturale liquefatto. E il gas rimane un fattore essenziale per la produzione industriale dell’energia elettrica. “Pensare che modificando i volumi veicolati e gli attori che li trasportano, si possa ottenere a un abbassamento del prezzo del gas e dell’elettricità è quanto meno illusorio. I problemi sono strutturali e vanno ben oltre la possibilità di accesso alle reti, sia del trasporto che dello stoccaggio del gas: la riduzione dei prezzi garantendo gli stessi livelli di sicurezza e di universalità del servizio, non si ottiene solo con la liberalizzazione. E’ necessario un aumento delle quantità prodotte. Occorre un incremento degli accessi per quanto riguarda i terminali di liquefazione del gas. Bisogna dare prospettive all’investimento privato in questo settore, interrompendo una tendenza al disimpegno che diviene strutturale. Si lavora e si investe sul trading, non si investe per costruire nuove centrali, nuovi impianti”. Una politica industriale energetica non è più rinviabile, prosegue il professore, “per garantire all’industria e alle famiglie di questo Paese un futuro energetico meno caro ma sicuro, così come è stato garantito per tanti anni. Questo nella consapevolezza che nell’energia, settore tecnologico con investimenti a lungo termine, i mercati ottimali non possono non essere oligopolistici sia alla fonte dell’estrazione, sia nella produzione, mentre solo la distribuzione può vedere sorgere popolazioni organizzative più numerose senza rischiare un’inevitabile inefficienza”. Insomma “il malinteso senso di concorrenza, in Italia, ha fatto superare le ragioni dell’efficienza. Il Governo deve con urgenza agevolare processi di aggregazione, affinché la filiera venga gestita da soggetti forti, con una concreta e importante capacità di investimento. Solo in questo modo la distribuzione del gas sarà moderna, sicura ed efficiente”. Impietosa la chiosa finale del professor Sapelli, secondo cui si sarebbe ingenerata una serie di “consolidamenti inefficaci governati da imprese assistite e da classi politiche corrotte quanto e più di prima. Il fallimento della liberalizzazione del gas in Italia si è quindi riverberato negativamente sulle comunità locali, colpendo duramente sia il tessuto economico (le imprese) che le famiglie. La crisi economica in corso non potrà che aumentare i disagi sociali generati da una serie di posizioni ideologiche senza alcun fondamento scientifico e senza rispetto della moralità pubblica. Una grande tradizione di cui l’Italia liberale e socialista era un tempo orgogliosa è stata travolta e umiliata”.
J.B.

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