Roberta, una dietista in Africa

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E’ appena tornata dalla Tanzania e ripartirà a breve per il Benin perché al richiamo dell’Africa non resiste: là, in quelle terre dimenticate dal mondo, può mettere a frutto l’esperienza e le conoscenze maturate per salvare la vita ai bambini che ancora muoiono per malnutrizione. Roberta Copelli, dietista all’ospedale Ramazzini di Carpi, in qualità di rappresentante dell’associazione Buona nascita Onlus, ha trascorso 17 giorni a Tosamaganga a 1.500 metri di altitudine ospitatata nella guest house del Cuamm, insieme all’infermiera carpigiana Maria Pia Bellitti. La presenza di una dietista è stata provvidenziale perché la pediatra dell’ospedale, una ragazza italiana, stava per arrendersi: senza latte arricchito e senza un percorso strutturato, le morti per malnutrizione dei bambini non si possono evitare. “La poca disponibilità di cibo costringe i genitori a scegliere: non possono sfamare tutti i figli e c’è chi resta senza mangiare. Anche per questo motivo scelgono di affidarli agli orfanatrofi nella speranza che possano sopravvivere”. Poi il racconto di quel che è successo. “E’ arrivato un bambino di quattro anni circa, gonfio per gli edemi e cosparso di ulcere: chiari sintomi di kwashiorkor, malnutrizione per carenza di proteine. Non riuscivo a distinguere i suoi lineamenti. Non avendo latte arricchito, abbiamo deciso di ricostituirlo con risorse locali. Grazie a questo diverso tipo di alimentazione, il bambino ha recuperato in una settimana e le sue condizioni, alla mia partenza, erano migliorate sensibilmente”. La mortalità per malnutrizione raggiunge punte del 33% in Tanzania mentre la media si attesta sul 25%. Con l’obiettivo di ridurre questi numeri si sta approntando un grande progetto al quale l’associazione carpigiana Buona nascita Onlus, il cui presidente è il professor Giuseppe Masellis e di cui Roberta Copelli fa parte, è stato chiesto di collaborare. “Il viaggio in Tanzania aveva questo scopo: studiare con il Cuamm, l’ ong con sede a Padova specializzata in interventi di cooperazione sanitaria nel Terzo Mondo, e con l’Unicef, le linee del progetto biennale che prenderà il via a dicembre e coinvolgerà tre distretti della Tanzania. La cooperazione tra associazioni è fondamentale – commenta Copelli – per ottimizzare risorse e forze”. Per contrastare il problema della malnutrizione in un territorio così esteso, “occorre individuare i casi che richiedono l’intervento medico prima che sia troppo tardi: i bambini malnutriti devono essere inseriti in un percorso sanitario”. La proposta che è stata fatta alla Buona nascita è quella di occuparsi della formazione nutrizionale ai community health workers, responsabili locali incaricati di riconoscere i casi di malnutrizione nei villaggi e di indirizzarli alle strutture sanitarie che saranno dotate di otto/dieci posti letto, una cucina e personale specializzato. “Non mancano gli ostacoli, primo tra tutti, quello della lingua e della cultura: le mamme spesso interferiscono e non si attengono al regime alimentare stabilito; a volte non resistono per lungo tempo accampate all’esterno dell’ospedale e se ne vanno senza avvertirci; occorre poi approntare uno studio per ottimizzare le risorse locali in modo tale che, tornati al villaggio, questi bambini possano osservare un regime alimentare corretto”. Nemmeno il tempo di disfare le valigie perchè la Buona Nascita riparte per l’Africa. E’ in partenza per il Benin una delegazione della Buona nascita capitanata da Masellis, che vede la partecipazione di Roberta Copelli, Giovanni Gargano direttore dell’associazione, Marta Manetta infermiera carpigiana, Lidia Gualtieri ed Elisa Fangareggi presidentessa dell’associazione Time4life international. “Oltre a portare avanti il progetto contro la malnutrizione, in Benin c’è da risolvere la drammatica condizione in cui vivono i bambini costretti a lavorare nelle cave da quando hanno tre anni”. La sfida continua.
Sara Gelli

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