La protesta verde del popolo turco

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Sono stati giorni difficili in Turchia. Quella che era iniziata come una protesta di cittadini contro la distruzione di un parco, il Gezi Park, nel cuore di Istanbul, è diventata una mobilitazione civile contro l’abbattimento dei 600 alberi e la costruzione di un nuovo centro commerciale. Una decisione che ha acceso una protesta poi dilagata in tutto il Paese. Abbiamo incontrato e intervistato la famiglia turca Kayadibi che vive a Carpi da anni e ha vissuto questa protesta da lontano. “Il 28 maggio scorso – ci racconta il signor Zeki Kayadibi – un piccolo presidio per la difesa del Parco Gezi a Istanbul si è trasformato nel più grande movimento di protesta che ha attraversato la Turchia. Gli scontri sono iniziati quando, un gruppo di manifestanti, ha cercato di entrare, pacificamente, nel territorio del parco, circondato dalla Polizia. In precedenza l’amministrazione della città aveva annunciato agli abitanti della capitale che i raduni illegali sarebbero stati sgomberati dalle Forze dell’Ordine. La manifestazione è stata assolutamente pacifica fino a quando i poliziotti non sono intervenuti con gas lacrimogeni e idranti, scatenando la reazione delle persone che, da poche migliaia avevano raggiunto il milione e occupato Piazza Taksim. Dopo giorni di sommossa, nel mirino è finito il governo di Recep Tayyip Erdoğan a causa della sua politica rigida ed estremista. Fu accusato addirittura di aver condotto una politica simile a quella del grandissimo Impero Ottomano. La manifestazione del parco naturale è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il vero scopo della protesta è sempre stato quello di manifestare contro il Governo e la politica del nostro primo ministro”. Erdoğan ha cercato una tregua riunendo circa 20 manifestanti – i più conosciuti – proponendo loro di abbandonare i luoghi che avevano occupato e promettendo di indire un referendum per dare la possibilità alla gente di decidere se distruggere o meno il parco nazionale. “Purtroppo non è stato così e i poliziotti hanno continuato ad attaccare le persone con i gas lacrimogeni. Il bilancio di questa ondata di protesta – spiega il figlio ventenne Birkan – è drammatico: 4 morti, tra i quali un poliziotto e circa 700 feriti. La vicenda però, fortunatamente, si è risolta al meglio, con la decisione da parte della Corte Costituzionale turca di non distruggere il Gezi Park. “Noi dall’Italia – conclude Zeki – siamo sempre stati vicini ai nostri amici e parenti in Turchia e siamo dispiaciuti di non essere andati a Istanbul per manifestare. Abbiamo comunque fatto un significativo, seppur piccolo, gesto creando uno striscione nel quale abbiamo mostrato il nostro “attaccamento” alla patria e l’abbiamo pubblicato sui maggiori social network, lanciando il nostro messaggio di vicinanza e sostegno al popolo turco”.
Alessandro Troncone

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