L’anno nero del commercio/2

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Continua il nostro viaggio tra gli esercenti del centro storico carpigiano nell’annus horribilis del commercio. Sono in molti a stringere i denti e tenere duro ma tutti sono concordi nell’affermare che i tempi del benessere siano ormai una parentesi lontana. Archiviata definitivamente. Ma ciò che preoccupa davvero è che il peggio debba ancora venire. “Se dovessi sostenere le spese di un affitto, avrei chiuso tre, quattro anni fa”, ci spiega Annalisa del negozio di corso Alberto Pio, Novecento. “L’antiquariato, così come l’arte in generale, sono completamente fermi. Vado avanti grazie alla mia attività di corniceria ma è dura. Non si parla più di guadagnare, bensì di sopravvivere, di arrivare alla fine del mese. Io dallo scorso anno, poco prima del sisma, ho dovuto chiedere aiuto alla mia famiglia. Poi il terremoto ci ha inflitto il colpo di grazia”. L’annunciato ritocchino all’iva non è ciò che preoccupa davvero Annalisa: “la gente non ha soldi da spendere perchè manca il lavoro e la disoccupazione aumenta. La politica deve riformare in modo profondo questo Paese. Mettere delle pezze non è più sufficiente e temo che la crisi perdurerà ancora a lungo. Non colgo alcun segno di ripresa, al contrario”. Dello stesso avviso anche Angela del negozio d’abbigliamento Take Off: “ci si deve accontentare. Siamo arrivati al punto in cui si deve considerare un successo riuscire a restare aperti e far fronte a tutte le spese. Il calo dei consumi è spaventoso, sfido chiunque a dire il contrario. Non c’è nessun segno di ripresa. E’ proprio un periodo buio”. Ma cosa servirebbe per ridare slancio e vita al commercio? A quale posto sono slittati, dopo anni di discussioni e dibattiti, i tanto anelati incrementi nel numero di parcheggi ed eventi, nella scala delle priorità dei commercianti? “Saranno anche funzionali – ammette Angela – ma il problema vero è che i portafogli sono vuoti. Occorrono riforme, più occupazione, maggiore futuribilità per i giovani… altrimenti la situazione non farà che peggiorare”. A essere mutato profondamente è il modo di acquistare: “se prima della crisi la gente si concedeva il lusso di comprare qualche capo in più, magari attratta da un prezzo non esoso, ora è diventata attentissima. Ogni acquisto è pensato a lungo e fatto con oculatezza, magari in concomitanza di un’occasione particolare”, commenta Valentina titolare di Ofy, negozio di abbigliamento dal tocco vintage in via San Bernardino da Siena. E per far fronte alla contrazione dei consumi, gli esercenti le provano tutte. “Paradossalmente acquistiamo di più per garantire un’offerta maggiore alla clientela. Cerchiamo di rinnovare spesso la vetrina, di attrarre i clienti con qualche novità, affinché non passino oltre”, spiega Angela. E poi c’è chi, come Valentina, per contenere le spese dell’affitto, opta per altre posizioni del centro: “ad agosto inizierò il trasloco e mi trasferirò in via Aldrovandi, in un locale un po’ più grande che cercherò di personalizzare al massimo”. Qualcuno però non ce la fa ad arrabattarsi tra affitti spesso astronomici, calo dei fatturati e aumento delle tasse e allora è costretto ad abbassare serranda. La prossima a chiudere sarà Stefania di Due A, storico negozio di abbigliamento di corso Pio. “Da due anni – ci racconta – il crollo delle vendite è stato verticale e non ci sto più dentro con le spese. Sono stata costretta a prendere questa decisione. Ci stanno massacrando e vedo nero all’orizzonte. La gente non ha soldi, nè prospettive. Temo il futuro che ci attende”.
Jessica Bianchi

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