Se Carpi imita Londra…

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Ogni novembre, ad Amsterdam, si tiene la Museumnacht, o Notte dei Musei: oltre alla visita alle collezioni permanenti e alle mostre temporanee, si può assistere a dj-set, performance, concerti. Londra non è da meno: gli spazi della Tate Modern ospitano serate come il Minimalist Monday, con i concerti delle star della musica elettronica. Da Late at Tate si è poi passati al calendario di appuntamenti notturni di musica, drink, cinema e performance, che oggi coinvolgono una rete di musei, British e National Gallery compresi. Anche l’altra sponda dell’Atlantico ha contribuito a diffondere la tendenza: l’American Museum of natural History di New York è addirittura diventato un punto di riferimento per la musica elettronica cittadina, mentre il PS1 di Long Island, tempio della giovane arte, ospita Warm Up: intrattenimenti di dance music d’avanguardia, uno degli eventi più importanti dell’estate newyorkese. In Europa la pietra di paragone è il Macba di Barcellona, che a giugno accoglie il Festival di Musica, performance e multimedia Sònar, cui si è aggiunto il Sònar kids, pensato per i bambini. E in Italia? Se vi trovate a passare da Venezia il lunedì intorno alle 19, rischiate di imbattervi in una colonna festante di giovani diretti a Palazzo Venier dei Leoni, sede della Collezione Peggy Guggenheim, in attesa di entrare al museo per prendere parte a Happyspritz@guggenheim, in cui è possibile ballare, assaporare cocktail  e gustarsi una delle collezioni d’arte più importanti al mondo, tra capolavori di Picasso, Pollock e Kandinsky.  Insomma dai centri della cultura mondiale, dove i bilanci sono astronomici e le opere d’arte inestimabili, sembra provenire una lezione circa un modo di ‘fare cultura’ tutto diverso, più aperto e smaliziato, in grado di attrarre nuove fasce di utenti. Lezione che, più lentamente, sembra iniziare ad apprendere anche l’Italia. E a Carpi? Pare che anche qui, dopo molte resistenze stia passando l’idea che il centro storico, con i suoi palazzi, piazze e vie, possa e debba essere qualcosa di più di un museo a cielo aperto da preservare da qualsiasi manifestazione: cene nel Cortile d’onore, libri antichi e rari sotto i portici, Notti Bianche più affollate che mai con musica a tutto volume sino a tarda notte. Non dubitiamo che cotanta animazione possa turbare i puristi, i sacri custodi dell’inviolabilità del patrimonio storico artistico. Musica, bevande, giovani, persino risate: gazzarra intollerabile per alcuni. Anzi, fosse per certuni si potrebbe ricoprire di cellophane tutto il nostro bellissimo centro – che cos’erano infatti i luoghi pubblici come il rialzato di Piazza Martiri e Corso Alberto Pio, prima che un nuovo regolamento riconoscesse più libertà di svolgervi iniziative? – conservandolo uguale a se stesso in saecula saeculorum. Un po’ come certi appartamenti di vecchie zitelle, con la plastica a coprire lo scrittoio dell’Ottocento, il tavolo in noce o l’ottomana, che di certo non hanno un graffio, ma dove nessuno si siede a scrivere o conversare da almeno tre decenni. D’altra parte la piazza, come luogo dell’incontro e dello scambio, in cui si intrecciano cultura e storia, simboli e tradizioni, ha trovato nell’Italia la sua realizzazione privilegiata. La storia patria indica infatti, con tutta evidenza, l’importanza della piazza quale centro vitale della città, sorta di palcoscenico dell’identità e del senso di appartenenza di una comunità. La piazza e il centro storico italiani si propongono cioè come un’inesauribile rappresentazione della vita della comunità, una messa in scena ‘teatrale’, concepita per accogliere la folla delle feste, dei mercati, delle celebrazioni religiose. Una piazza vuota, di conseguenza, equivale a una comunità, se non morente, di certo illanguidita. Gioiscano tutti, dunque, delle piazze, delle vie e dei palazzi che tornano a risuonare dei passi di migliaia di persone le quali, invece di starsene sul divano a rimirare più o meno inebetite la televisione, scelgono di uscire in strada per incontrarsi, scontrarsi, conoscersi e riconoscersi. Fare comunità, insomma, nel senso più vero del termine. Il centro della città è fatto per essere vissuto, oltre che conservato. Non si dia mai il caso che qualcuno, dopo aver assistito a un dj-set o aver sorseggiato un aperitivo tra le colonne del castello, scelga di tornare per visitare le collezioni esposte al suo interno, per conoscerne la storia. Che è poi anche la sua, la nostra. Una storia che va però vissuta e fruita. Al costo di un po’ di chiasso in più. Pena una teoria di bellissimi monumenti: deserti.
Marcello Marchesini

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