Cybervittime in aumento

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Aveva soltanto 14 anni Carolina, l’adolescente che poche settimane fa, a Novara, si è uccisa, lanciandosi nel vuoto. Le ragioni del dramma secondo alcuni amici sarebbero legate a episodi di bullismo che avrebbero portato la ragazza a un progressivo isolamento. Dopo il suicidio, su Twitter un coetaneo scrive: “Carolina si è uccisa per colpa di chi la sfotteva”. Ma qual è il limite tra scherno occasionale e bullismo reiterato? Cos’è il cyberbullying e quanto è diffuso nella nostra città? Quali sono le dimensioni dell’inferno che alcuni ragazzi vivono nelle nostre scuole?
Lo avevamo conosciuto come Sbulloniamoci. Oggi, il progetto – finanziato da Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi, Unione delle terre d’Argine e Patto per la scuola – ha cambiato nome pur mantenendo le medesime finalità, ovvero tentare di prevenire – e arginare – un fenomeno in preoccupante e costante ascesa: il bullismo. Fronteggiare il disagio per promuovere il benessere a scuola da quest’anno non interessa più soltanto l’universo della scuola media ma si è allargato anche alle classi quinte della scuola primaria, a dimostrazione del fatto che l’età di “vittime” e “carnefici” si abbassa sempre più. Al consulente educativo e supervisore del progetto (in foto), Marco Maggi, chiediamo:
Quante le classi coinvolte dal progetto?
“20 classi delle medie per laboratori di 18 ore, 11 quinte delle scuole primarie per laboratori di 18 ore, 12 classi delle medie per il progetto Operatore amico supporto tra pari. Ammontano poi a una trentina i docenti frequentanti il corso di formazione sul tema della gestione della classe e della disciplina e del conflitto e, infine, sono circa 70 i genitori che hanno frequentato un corso di rappresentanti di classe”.
Qual è l’entità del fenomeno bullismo nell’Unione delle Terre d’Argine?
“Su un campione di 645 alunni delle scuole medie, nell’anno scolastico 2010/2011, il 36,4% ha dichiarato di essere stato vittima di bullismo”.
Con la diffusione sempre più capillare dei social network, da Facebook a Twitter, il fenomeno del cyber bullismo da “fantascienza” è diventato un’amara realtà. In che cosa consiste?
“Il termine cyberbullying indica una forma di bullismo perpetrata attraverso tecnologie elettroniche, sono perciò inclusi tutti gli strumenti che vanno dal telefono cellulare al Pc. Le forme di comunicazione includono e-mail, sms, chat, siti web e sono utilizzati allo scopo di insultare, tormentare, minacciare o intimidire qualcuno. La presenza di questa forma di bullismo e la sua configurazione nel contesto delle scuole del territorio dell’Unione Terre d’Argine è stata indagata introducendo una sezione dedicata nel questionario somministrato agli alunni. Nell’anno scolastico 2010/11, su 563 alunni solo l’11% ha affermato di non avere il cellulare mentre ne è munito l’89% e, di questo, il 10,1% riferisce di averne più d’uno. Alla domanda “Hai mai utilizzato Internet?” è solo il 5,6% a rispondere in modo negativo mentre all’interno del 94,4% che naviga, il 48% lo fa tutti i giorni. Tra chi si collega a Internet, il 43,6% afferma di farlo ogni volta per circa un’ora, il 27% per 2-3 ore, il 5,4%  per 4-5 ore. Il 18,9% del campione afferma di non essere iscritto a nessun Social Network mentre l’81,1% si distribuisce tra differenti siti come Badoo, Facebook (che ottiene il 62,4% di iscrizioni) LinkedIn, MySpace, Netlog, Skype”.
Quanto è diffuso il fenomeno?
“Analizzando gli anni scolastici 2007/08 e 2010/11, il 25% degli studenti afferma di conoscere qualcuno che è stato vittima di questa forma di bullismo. Due domande interne al questionario hanno permesso di ricavare anche gli indici di presenza del cyberbullismo agito e subito, purtroppo il fenomeno si è ampliato e, in particolare, sono aumentate le cybervittime (dal 10,3% al 15,1%) e i cyberbulli (dal 3,7% al 10,9%)”.
Jessica Bianchi

 I numeri del bullismo nella Scuola Primaria

Da una ricerca effettuata nel maggio 2010, da Marco Maggi e Alessia Ballerini, sul bullismo nelle scuole primarie dell’Unione terre d’Argine (Comuni di Carpi, Campogalliano, Novi e Soliera) sono emersi numeri davvero preoccupanti. A un campione di 1.170 bambini è stato chiesto con che frequenza, nel periodo tra gennaio – maggio antecedenti alla compilazione del questionario abbiano subito o abbiano messo in pratica una serie di comportamenti considerati inequivocabilmente come prepotenze. Sul campione emerge la presenza di un 66,5% di vittime e di un 30,8% di bulli. Nei maschi la percentuale di bulli raggiunge il 36,7% e nelle femmine il 25%, mentre le vittime sono il 68,2% dei maschi e il 64,3% delle femmine. Nel gruppo di alunni di nazionalità italiana la percentuale di bulli è il 30,8%, nei bambini stranieri il 27,7% mentre quella di vittime è del 65,5% negli italiani e 72,2% negli stranieri. Dalle risposte fornite dai piccoli che hanno ammesso di essere stati vittime di prepotenza è possibile rilevare come la forma di vittimizzazione maggiormente denunciata sia l’esclusione (46,3% N=359), a seguire troviamo prese in giro sul nome, l’aspetto fisico o il modo di parlare, comportarsi (42,6% N=330), le aggressioni fisiche (35% N=271), furti o danneggiamenti agli oggetti personali (32,6% N=253), dicerie (24,8% N=192), offese per altre ragioni (19,1% N=148), minacce (18,8% N=146), offese per la razza/nazionalità o provenienza famigliare (18,6% N=144), prese in giro sul genere/sesso (16,5% N=128), altre prepotenze (15,2% N=118), offese relative a difficoltà fisiche o disabilità (12,4% N=96) e infine scherzi, insulti o minacce tramite strumenti tecnologici (9,8% N=76). Tra i momenti in cui si attuano maggiormente le prevaricazioni, il più gettonato è l’intervallo (74,2%) ma anche nei momenti di entrata e uscita da scuola (19,3%), in palestra (19,3%), in classe durante le ore di lezione (19%), in classe durante il cambio di attività (14,4%), nei bagni, negli spogliatoi o in altri locali isolati (13,8%), in altri posti (11,1%) e nel tragitto casa- scuola (8,6%).

Le responsabilità della famiglia

“Il problema – spiega il consulente educativo Marco Maggi – è che il 75% dei genitori regala al 78% dei bambini con un’età compresa tra gli 8 e gli 11 il cellulare. E’ sempre più diffuso utilizzo di apparecchiature elettroniche, tecnologiche e comunicative e, allo stesso tempo, il crescente senso di solitudine vissuto dai minori all’interno della famiglia. Il dialogo si riduce e la condivisione di pensieri, emozioni, interessi e attività divengono sporadici quando non inesistenti. I bambini, ad esempio, riferiscono di raccontare ai genitori episodi relativi alla vita scolastica (72,2%), ma di rado parlano delle proprie paure (35,2%) o delle proprie aspirazioni (38,2%). Tra gli adolescenti, invece, nel 46,5% dei casi il dialogo con i genitori è assente (5,1%) o assai sporadico (41,4%). Pochissimi parlano apertamente con gli adulti di paure (27%), questioni sentimentali (12,8%) o sessualità (8,9%). A fronte di manifeste difficoltà nell’individuazione di momenti di dialogo, se si sposta l’attenzione dell’indagine sulle questioni materiali, come gli acquisti o il ruolo svolto dagli oggetti all’interno delle relazioni familiari, il modello che emerge sembra essere sempre più “bimbocentrico”. Il genitore, per quanto limitate siano le risorse economiche, sembra preoccuparsi soprattutto della rispondenza tra i desideri materiali dei figli e la loro soddisfazione, in una tendenza all’accumulo di oggetti e di beni con i quali riempire lo spazio fisico e mentale dei bambini e degli adolescenti. Come direbbe Umberto Galiberti, “oggi l’amore passa più attraverso le cose che attraverso la relazione”.

 

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