E’ nato Cantiere Resilienza

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Gli eventi sismici dello scorso maggio hanno rappresentato per molti un evento traumatico che ancora provoca inquietudini e preoccupazioni. Tuttavia, il desiderio di ripresa è caratterizzato dalla necessità di dare parola alle sofferenze vissute, trovando inoltre accoglienza in una comunità unita dalla stessa esperienza. Durante l’incontro di formazione che si è svolto sabato 1 dicembre presso l’Auditorium Loria, e rivolto a insegnanti e educatori, si è cercato approfondire le modalità attraverso le quali questi ultimi possono sostenere i bisogni, spesso inespressi, dei bambini, diventando “tutori di resilienza” ossia adulti che supportano e promuovono le risorse che ogni bambino può attivare per reagire positivamente al trauma. “Grazie al sostegno del Gruppo Nazionale Nidi e Infanzia – ha dichiarato Paola Sacchetti, responsabile Coordinamento Pedagogico dell’Unione Terre d’Argine – abbiamo potuto iniziare a programmare alcuni momenti formativi di cui questo incontro rappresenta la prima tappa. Il titolo del progetto è “Cantiere Resilienza” in quanto il termine cantiere suggerisce l’idea di uno spazio in cui diverse persone lavorano per costruire qualcosa, mentre resilienza è il concetto fondamentale attorno al quale lavoreremo quest’anno, ovvero la capacità di reagire a eventi traumatici”. Dopo l’introduzione del dottor Lorenzo Campioni, presidente Gruppo Nazionale Nidi e Infanzia, che ha evidenziato come l’educazione sia un fatto della comunità, a cui tutti dobbiamo prestare attenzione, ha subito preso la parola la dottoressa Maria Teresa Biancardi, psicoterapeuta del bambino e della famiglia specializzata nelle pratiche di rielaborazione dei traumi: “mi occupo della cura di chi cura, in quanto il presupposto fondamentale per qualsiasi educatore e insegnante è quello di essere in pace con se stesso e con il mondo. La paura ci può assalire in tanti momenti della nostra vita, senza abbandonarci mai definitivamente: fa parte della vita fin dalla prima infanzia, ma non tutte le paure sono uguali. Infatti ci sono eventi prevedibili ed eventi assolutamente imprevedibili che assalgono all’improvviso, con forza inaudita, e che incutono più timore in quanto mai sperimentati prima: questi sono gli eventi traumatici, e tra questi rientra ovviamente anche il terremoto, che comporta una minaccia alla vita o all’integrità del corpo con un contorno di rovine, urla e terrore collettivo. Inoltre, il susseguirsi di più scosse in brevi archi temporali, come è accaduto qui da noi, espone continuamente la persona a riattivazioni del trauma, provocando nuovo terrore. Ogni persona reagisce al trauma in modi diversi, e principalmente, cercando di eliminarne il ricordo, oppure tentando di liberarsene sfogandosi emotivamente, ma nessuno dei due comportamenti ha effetti curativi. Il trauma può essere risolto solo elaborando un nuovo schema mentale per comprendere quanto accaduto, e ciò si realizza attraverso un ragionamento condiviso sull’emozione, da realizzarsi almeno un’ora alla settimana, in cui, in gruppo, si rievocano insieme le emozioni di quei giorni, ricostruendo i fatti e sottolineando come oltre la fatalità ci siano state nel disastro cause umane come la mala edilizia, e concludendo ogni incontro con un pensiero positivo: siamo ancora qui”.
In seguito è intervenuta la dottoressa Laura Orlandini, psicologa esperta in progetti di rieducazione familiare, che ha fatto riflettere su cosa sia possibile fare concretamente con i bambini che hanno subito il trauma del terremoto. “Davanti alla paura di un bambino spaventato dal terremoto – ha spiegato – occorre ascoltare il suo racconto, consolare la sua inquietudine profonda che ha rotto i suoi equilibri, mostrando fiducia nella sua capacità di affrontare la nuova situazione, e soprattutto garantendogli che, in caso di bisogno, c’è sempre qualcuno a proteggerlo. Al tempo stesso, è fondamentale evitare di sottovalutare la paura del bambino e avere un atteggiamento troppo apprensivo e iperprotettivo, dando l’impressione di essere deboli e dipendenti. Quando la fase acuta post terremoto è passata, è necessario non dimenticare l’evento traumatico ma rievocarlo per riuscire finalmente a elaborarlo, ovvero, come ha già anticipato la dottoressa Biancardi, si deve ricostruire l’evento traumatico, rappresentarne l’impatto emotivo e rileggerlo da una posizione più sicura. “Per compiere ciò – ha spiegato – consiglio in primo luogo di dare voce all’informazione scientifica, con una terminologia adeguata all’età e orientando quindi i bambini dall’ambito emotivo, che porta alla rimozione, all’ambito razionale, che porta invece alla comprensione del fenomeno e alla risoluzione del trauma. Gli strumenti attraverso i quali gli educatori e gli insegnanti possono perseguire tali obiettivi sono costituiti dalla narrazione, dal gioco, dal disegno: tutti utili per consentire ai bambini di “agire” la paura, ovvero di rappresentarla, narrarla e quindi elaborarla. Ad esempio, le fiabe insegnano ad affrontare creativamente i problemi e a risolverli, e se raccontate da un adulto sono più rassicuranti. La presenza dei cattivi permette la proiezione delle parti negative e nel finale è fondamentale che prevalgano i buoni. Il lieto fine è d’obblig, affinchè il racconto sia efficace. Per concludere, le reazioni dei bambini spesso ci sorprendono, e oggi sappiamo che ciò dipende dalla resilienza che si costruisce nel bambino attraverso un’educazione contraddistinta dalla non violenza, nutrita di empatia, attenta alla costruzione dell’autostima”.
Chiara Sorrentino

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