I segni del terremoto

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Le ferite che il sisma di maggio ha inferto a ciascuno di noi, non sono semplici cicatrici dell’anima che solo il tempo potrà rimarginare, bensì traumi che hanno il potere di modificare il nostro stesso cervello. A sostenerlo è la professoressa Monica Mazza, ricercatrice in Psicometria del Dipartimento di Medicina Clinica, nonché specialista in Neuropsicologia, presso l’Università degli Studi dell’Aquila. Nella conferenza dal tema, I segni del terremoto: modificazioni cognitive, comportamentali e sociali in soggetti esposti al sisma del 6 aprile 2009, organizzata dalla Casa del Volontariato di Carpi, la professoressa ha spiegato come “chi ha vissuto il terremoto dell’Aquila, così come quello emiliano, subisce oggi le conseguenze di un disturbo da stress post traumatico (presentando una sintomatologia ben precisa: paura, evitamento, derealizzazione, angoscia, rabbia…). Trauma che ha causato una vera e propria modificazione cerebrale. Tutti noi viviamo uno stato di paralisi emozionale e affettiva, un intorpidimento nell’elaborazione e nella percezione delle emozioni”. Lo studio condotto dalla ricercatrice infatti, su un campione di 2.010 soggetti abruzzesi (di cui l’83% composto da aquilani), ha dimostrato che “nei soggetti traumatizzati si assiste a un’alterazione nel meccanismo di elaborazione delle emozioni da parte dell’amigdala”. Non solo, anche l’insula smette di essere connessa con la corteccia cerebrale, come avviene nei soggetti sani: “il dolore è così forte in chi subisce un trauma – continua la ricercatrice – che non viene più gestito cognitivamente. Le risonanze magnetiche che abbiamo eseguito sui cittadini dell’Aquila, un mese dopo il terremoto, hanno evidenziato alterazioni importanti a carico di amigdala e insula. Risultati evidenziati anche tra i sopravvissuti dell’11 settembre e tra i superstiti del terribile terremoto di magnitudo 8 che colpì la Cina. Il disturbo da stress post traumatico comporta quindi gravi modificazioni, probabilmente irreversibili, ad alcune funzioni neuronali, ciò fa sì che, tre anni dopo il 6 aprile 2009, gli aquilani vivano ancora una sorta di lutto cognitivo. L’emozione al dolore prevale cioé sul controllo”. Ciò comporta stati d’animo che conosciamo bene anche noi, dopo il 29 maggio: disillusione, disincanto, paura che nulla tornerà più come prima, crollo delle proprie certezze, scarsa propensione alla ricerca del piacere… Ma allora cosa occorre fare per tornare alla normalità? Quali strategie occorre adottare per elaborare e superare il trauma innegabilmente subito? Monica Mazza introduce un concetto fortemente evocativo, quello della resilienza. “Un concetto – spiega – che ha a che fare con la riorganizzazione e la gestione della propria vita sociale, lavorativa, relazionale e si integra quindi fortemente col grado di soddisfazione della propria esistenza. Occorre diventare agenti attivi, protagonisti della propria ripresa, riacquisendo progressivamente il controllo”. E, nel caso in cui, il trauma non rientri (la docente parla di un “tempo organico di elaborazione di circa due anni”) occorre chiedere aiuto ai servizi del territorio, poiché “ogni esperienza traumatizzante deve essere trattata nelle sedi adeguate”, commenta. Dopo aver compreso la tragicità e la portata della devastazione lasciata dal sisma “occorre trovare la forza per andare oltre, ricostruendo un percorso personale, con l’aiuto e il sostegno della famiglia, delle relazioni e delle istituzioni. Un ruolo fondamentale è giocato dalla cognizione sociale: sapere che altri condividono le stesse emozioni e il medesimo dolore (se non aveste vissuto il terremoto e vi avessi detto che per due anni mi sono svegliata alle 3.32 del mattino, non mi avreste creduta: oggi sì. Oggi mi capite. Sapete di cosa parlo) è fondamentale per sbloccare l’angoscia e tornare allo stato antecedente il sisma”. Ma come si fa a recuperare il controllo? Quanto durerà ancora la paura? Questi gli interrogativi più frequenti sorti tra il pubblico presente in sala. “I tempi di recupero sono legati alle strategie messe in atto da ciascuno di noi dopo il sisma. E’ vero il terremoto è imprevedibile e sulla natura non possiamo esercitare alcun controllo, ma possiamo adottare delle contromisure per contrastarlo, rendendo più sicure le nostre case, dal punto di vista strutturale e tenendo libere le vie di fuga ad esempio”. E se all’Aquila le ferite sono ancora doloranti, allora la strada che dobbiamo percorrere noi si prospetta ancora lunga e impervia.
Jessica Bianchi

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