Gregorio Paltrinieri e le Olimpiadi di Londra di Enrico Gualtieri

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Fin qui, l’intuizione della cerimonia inaugurale è stata felicissima. Le grandi glorie britanniche che consegnano l’ultima fiaccola a giovani atleti sconosciuti è l’immagine simbolo di questa edizione. Sostanzialmente una profezia di stelle cadenti che lasciano il cielo a nuove luci. È questa la prima Olimpiade di una decade, e sta rispettando la sceneggiatura del cambio generazionale. I più attesi hanno dovuto arrendersi agli emergenti. Straordinari progetti di campioni che prendono il proscenio di leggende al crepuscolo.
Penso soprattutto alla resa di Valentina Vezzali che lascia il trono a Elisa Di Francisca, compaesana di Jesi. Penso ai piccoli tramonti di Michael Phelps, Lazlo Cseh, Stephanie Rice, Rebecca Soni, Leisel Jones, fino al naufragio di Federica Pellegrini. E penso ai loro eredi, ovvero le magnifiche storie alternative che la vasca di Olimpia ci sta raccontando. Shiwen Ye, l’ennesimo mistero dello sport cinese. Viene da Hangzhou, una delle sette capitali dell’antico impero, dove scorrono placide le acque di uno dei laghi più belli del mondo. Probabilmente ha cominciato lì, tuffandosi dalla “Piccola Isola delle Fate”. Ha pochissimo di femminile, quasi certamente non farà mai un calendario. Però è l’unica donna della storia a nuotare più veloce di un uomo. Yannick Agnel, deriso fin da bambino per il suo 50 di piede, che lievita magneticamente sull’acqua senza i costumoni hi-tech. E solfeggia brani di stile libero con una perfezione forse mai vista. Ruta Meilutyte, 15 anni appena compiuti, orfana di madre da 11, oro nella rana che fino a 12 mesi fa non aveva mai provato in vita sua. È la prima medaglia del nuoto lituano, ancorché figlia adottiva del Regno. Infatti studia e si allena al Plymouth College, 200 miglia da Londra. E gli inglesi nemmeno lo sapevano.
Vedremo se il canovaccio verrà ribaltato o meno nella seconda settimana. Il mondo adesso aspetta Usain Bolt, e le emozioni delle finali di squadra. Ci sono i “Dream Team” americani (basket uomini e donne) che paiono ingiocabili per chiunque. E poi ci sono i nostri, settebello e volley rosa, di cui attendiamo definitiva consacrazione.

Il solito cianciare di spirito olimpico riporta alle consuete ipocrisie. Pierre De Coubertin, da bravo pedagogista, mentiva ben sapendo di citare un vescovo. L’importante non è partecipare, bensì partecipare per vincere. Lo stabilirono proprio i greci che la storia non sarà mai dei perdenti. La scrive e la racconta chi arriva primo, secondo piacimento e convenienza. La dimostrazione di questa legge sta proprio dentro la gara regina delle Olimpiadi. La Maratona è la testimonianza eterna di un trionfo. Per il solo fatto che è sopravvissuta nei secoli, oggi tutti sanno che l’oplita Filippide nel 490 a.C. percorse esattamente 42.195 km per raggiungere il senato ateniese e comunicare il buon esito della battaglia. Nessuno, ma proprio nessuno, ha idea di quanta strada fecero i persiani per rientrare a casa e raccontare di aver perso.
A questa regola esiste una ed una sola eccezione, che come da proverbio la conferma. Ed è tutta nostra. Proprio a Londra, nel 1908, Dorando Pietri entrò nella leggenda da perdente. Le pagine dei giornali e degli almanacchi rimasero per sempre sue, nonostante una squalifica indiscutibile. Qui giace la suggestione più curiosa di questi Giochi. 104 anni dopo, torna proprio a Londra un altro carpigiano in una disciplina di fatica. Nei 1500 stile libero, Gregorio Paltrinieri è chiamato ad una tripla grande impresa. Anzitutto, entrare definitivamente nel gotha del nuoto. In secondo luogo, restituire idealmente al ricordo del nostro atleta più celebre quanto il destino gli tolse. Infine, dare un senso alla disastrosa spedizione azzurra, che ha evidentemente sparato tutte le cartucce a Debrecen ritrovandosi disarmata nell’appuntamento più importante. La sua terra è con lui, ancora scossa da quel terremoto che ha costretto anche i suoi genitori a sfollare. La sua Carpi lo tifa per un’infinita serie di motivi. A ben pensarci, tra l’altro, sarebbe un paradosso meraviglioso poter raccontare a chi verrà dopo di noi che l’unica medaglia del nuoto alla XXX Olimpiade moderna è di un ragazzo che viene da una città che da vent’anni attende una nuova piscina!
Enrico Gualtieri

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