L’anno che verrà

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La strana estate biancorossa è cominciata con una piccola paradossale certezza in mezzo a una nebulosa di dubbi. La Waterloo del Braglia ha chiuso un’epoca di cui rimarrà una scia lunga almeno un anno. Nella stagione 2012/2013 non nascerà un nuovo Carpi. Finirà probabilmente il vecchio. Ma è praticamente certo che la squadra che si formerà entro il 31 agosto rimarrà legata al cordone ombelicale che l’ha nutrita fin qui. E con essa anche la società, vedova del pilastro cardinale ma non delle fondamenta. Si va verso un lento trapasso, non ci sarà rottura immediata. Il riassetto è un ridimensionamento significativo, ma nient’affatto tranciante. Il piano è sostanzialmente uno solo: attrezzare la sala d’attesa per il prossimo uomo-guida. Sempre ammesso che esista. Una svolta minimal, verso un futuro che al momento non c’è. Il presente sta nelle decisioni dei quattro protagonisti baricentrici intorno a cui ruota il destino di un’imbarcazione in cerca di rotta.

BONACINI – Si è congedato a suo modo, cioè senza pesare il primato della diplomazia. Ha promesso di lasciare senza polemiche, poi si è tolto tutti i sassi che aveva nelle scarpe. Senza risparmiare nessuno. E’ la sua prerogativa. Un chiaro sintomo della sua indubbia forza corrosiva e gravitazionale. Ma anche il grande limite che gli resta da superare per sfondare nel calcio di oggi. In cui i media sono la prima fonte di ricavo per chi ci investe. E a loro volta abbeverano la seconda e ultima: ovvero la gente, che tifa e sponsorizza. Tutto comincia sempre, inevitabilmente, dalla comunicazione. E finisce col risultato del campo, che comunque è l’unica cosa che conta. Ma per moltiplicare le vittorie e rimanere competitivi, non bastano solo le vittorie. Servono anche buone strategie d’immagine. A questo, Bonacini prima o poi dovrà convenire. Ovunque andrà. L’impressione del sottoscritto è che alla fine della telenovela comprerà il Modena lasciandone i debiti all’attuale proprietà. Subito dopo le prime sentenze di “Scommessopoli-ter”. Ma non è affatto una verità, semplicemente la mia sensazione. Quindi non prendetemi troppo sul serio perché potrei aver torto. E’ sicuro che già da molto tempo studiasse un eventuale “piano B”. Però non credo che avesse stabilito la destinazione già in autunno. Più probabilmente è stato il sisma ad accelerarne la decisione definitiva. Lì si è trovato nuovi conti in tasca. Ed è cambiato il tono di molti suoi discorsi. Fino a oggi, per veicolare il marchio Gaudì ha messo soldi nel pallone. Ora può ricavarne. Ha cioè l’opportunità di rovesciare completamente il business plan come stanno facendo gli Agnelli con Juve e Fiat. Può ingrassare la propria azienda con i dividendi di quel calcio televisivo non completamente fruibile in un palcoscenico distratto come Carpi. Che comunque non abbandona del tutto. Da via Marx scompare il suo centrismo, buona parte del portafoglio. Ma vi resta il 50% di Gaudì, cioè Roberto Marani. E con lui rimane “ad interim” anche la migliore idea di questo ciclo: Cristiano Giuntoli.

GIUNTOLI – Attende un progetto importante che lo porti via fisicamente da Carpi, verso il vertice del calcio italiano. Con o senza Bonacini. Lo seguirà certamente a Modena, se l’affare andrà in porto. Sono una cosa sola, si nutrono reciprocamente. L’uno dà forza alle competenze dell’altro con denaro e autorità decisionale. Si sopportano perché non riescono a fare altrettanto con chi è diverso da loro. Sono identici nella carne, la stessa spregiudicata smania di successo. E’ un legame saldato in modo elettivo e sanguigno fin dal primo incontro. Autunno 2009, Bonacini ha appena unificato Carpi e Dorando ed è in un mare di guai. Ha scelto buoni giocatori in completa autonomia. Omettendo cioè ogni forma di collegamento tecnico tra società e squadra. Il Carpi non ha un’anima, non gira, e sprofonda in classifica. Giuntoli arriva in città su invito di Costi. Non ha soldi, né curriculum, né grandi raccomandazioni. Si fa largo a sportellate nel calcio di periferia solo grazie ad intuizioni, piccole conoscenze. E una fame senza pari, che nutre studiando tutto quello che si muove intorno a ogni palla che vede rotolare. Bonacini lo nota e gli domanda chi rappresentasse. Risposta: “me medesimo. Io sono il numero uno”. In quel preciso istante rivede in lui sé stesso, genio del brand partito dalla campagna tra la diffidenza dei salotti storici della maglieria carpigiana. E capisce di aver trovato ciò che stava cercando: la pentola d’oro oltre l’arcobaleno. Un uomo che parlasse la sua stessa lingua per dar voce ai suoi stessi sogni impossibili. Oggi, nessun dipendente di Bonacini tra calcio e tessuto può dire di avere lo stesso potere incondizionato che Giuntoli s’è guadagnato in questi tre anni. Ha ancora un anno di contratto, scadenza Giugno 2013. Lo rispetterà, pur seguendo il suo destino che non può più attendere molto. Finirà il mandato da lontano. Il Carpi avrà presto un altro direttore sportivo, che sarà lui a scegliere. E non c’è dubbio che la squadra che scenderà in campo sarà una sua emanazione diretta. Di cui piloterà continuamente i fili. Ha già cominciato a sistemarla, assicurandosi le compartecipazioni di Concas e Memushaj. Una volta ceduti al miglior offerente (insieme a Laurini, e forse Poli), garantiranno il tesoretto con cui ricostruire l’attacco, unico reparto attualmente azzerato. Il resto è la conferma di un blocco consumato ma ancora solido (Mandrelli, De Paola, Perini, Perrulli, Di Gaudio, Pasciuti, Cenetti), qualche cavallo di ritorno in buona crescita (Dascoli, Obeng, Cortesi, Paganelli), e l’aggiunta di una nuova batteria di giovani da valorizzare secondo convenienza regolamentare. A garanzia della continuità di Giuntoli, presente benché partente, è infine la scelta dell’allenatore: Gabriele Cioffi.

CIOFFI – Volendo fare una battuta molto giornalistica si può tranquillamente affermare che il Carpi ricomincerà dalla conferma del mister. Non c’è dubbio che in questi due anni Cioffi lo sia stato effettivamente in campo. Talvolta anche troppo. Per Giuntoli è una sorta di fratello germano. Pensano e respirano calcio in risonanza. Stessa ossessività, toscanissima e vincente. E’ quasi naturale che la transizione passi da lui, secondo scommessa ragionata. Un rischio calcolatissimo. Verrà affiancato da un secondo con patentino (Papone o Galantini). Può darsi che decida anche di giocare (non sempre, magari a gettone) qualora in difesa non arrivi un veterano ad affiancare quei due ragazzi d’assalto che ne sono stati a lungo i garzoni (Dascoli e De Paola) e ora ne ereditano la bottega. Comincerà da ovviamente da lì. Vorrà una squadra duttile e cattiva. Che sappia prima di tutto resistere, coprire il campo d’insieme, soffrire leggendo bene l’avversario. Certamente corre il pericolo dei grandi ex calciatori che si siedono in panchina subito dopo aver appeso le scarpette al chiodo. Quello di parlare di sé stessi. Qualunque costruttore sbaglia se parte dal tetto. Non potrà perciò immaginarsi uno spogliatoio a sua immagine e somiglianza. Dovrà anzi mettersi al livello del gruppo, pretendendo il giusto, ma mai troppo. Sta qui la sfida più difficile che è chiamato a vincere.

CALIUMI – Lascia lo scranno presidenziale per due motivi. 1) Tornare in azienda a tempo debito. 2) Preparare il posto al prossimo patron. Gli succederà molto probabilmente Raffaello Papone, con delega provvisoria. Ma non è affatto un passo indietro. Anzi, è una presa di responsabilità. Con meno impegno per gli impicci burocratici, Caliumi acquista adesso un ruolo cruciale. Dovrà far leva sulla sua passione per aggregare nuove forze e riportare la città al Cabassi. Tutta, nessuno escluso. Tanto la gente della piazza e i bambini delle scuole, quanto i colleghi imprenditori. La mission è convincere definitivamente Gianguido Tarabini. Il main sponsor è libero. Sarà di Blumarine. Se questo matrimonio prende forma, allora il pallone carpigiano avrà un futuro stabile e importante.

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