Rinnovabili in piazza a Roma

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A distanza di un anno nulla è cambiato. Nell’intervista rilasciata a Tempo nel marzo del 2011, Riccardo Cavicchioli di Energetica, azienda di Carpi in grado di offrire la realizzazione chiavi in mano di impianti fotovoltaici, denunciava i ritardi del nostro Paese, le contraddizioni nel settore delle rinnovabili e l’assenza di un Piano Energetico strategico rispetto al futuro. E’ passato un anno e le cose, se possibile, sono anche peggiorate.

“Le aziende hanno investito e ora ci staccano la spina. Ma se chiudiamo sarà un bagno di sangue e il danno superiore a quello che si intende recuperare per fare cassa”. Il Governo Monti sta per lanciare l’affondo finale con un decreto che, se approvato, assesterebbe il colpo di grazia al mondo delle energie rinnovabili in Italia: per questo motivo produttori, lavoratori e associazioni sono scesi in Piazza Montecitorio a Roma, mercoledì 18 aprile, per contestare i tagli agli incentivi, i meccanismi burocratici introdotti, ma, soprattutto, “l’assenza di un progetto a livello nazionale e di una strategia nel comparto energetico”.

Cavicchioli è categorico. “Se il Governo Berlusconi aveva usato la lama da barba, col nuovo decreto si è passati alla falce. I tagli agli incentivi (sono stati eliminati anche quelli per chi bonifica amianto) e l’aumento della burocrazia (con l’introduzione dei registi anche per gli impianti di piccola taglia e l’imposizione di tasse aggiuntive per il funzionamento del GSE, Gestore dei Servizi Energetici) affosseranno il nostro settore che ha prodotto Pil e posti di lavoro negli ultimi dieci anni. E si allontaneranno definitivamente i capitali stranieri che, in questo contesto, non sceglieranno il nostro Paese, pregiudicandone lo sviluppo”.

Ma “o adesso ci dotiamo di un adeguato piano infrastrutturale per produrre energia elettrica da fonti alternative o non ci sarà più alcuna possibilità nel prossimo futuro e resteremo un Paese schiavo di altri”. Le fonti rinnovabili sono arrivate a produrre il 26 per cento dell’elettricità e continuano a crescere spinte dall’Europa e dalla progressiva riduzione dei combustibili fossili, il cui prezzo seguita ad aumentare. “Puntiamo a raggiungere il 35 per cento di elettricità da fonti rinnovabili” ha annunciato il ministro per lo Sviluppo economico Corrado Passera, eppure il nuovo quadro normativo non pare proprio andare in quella direzione.

“Anche il continuo riferimento alla bolletta degli italiani è usato in modo strumentale poiché è riconducibile solo in minima parte ai costi legati allo sviluppo delle rinnovabili”. E Cavicchioli cita a questo proposito, il famoso Cip6: costo addizionale che finanzia, oltre alle fonti rinnovabili, anche le fonti di energia assimilate come, ad esempio, quelle legate alla produzione di energia elettrica tramite l’incenerimento dei rifiuti.

Il paradosso è che si fa cassa riducendo gli incentivi alle rinnovabili, sacrificandole sull’altare del debito pubblico, per poi pagare carissimi gas e petrolio nei prossimi anni”. Questo per le rinnovabili. Ma non è che il resto delle attività industriali vada meglio. “Se non esiste una strategia per il Paese, potremmo fallire comunque.

Occorre che agli italiani sia garantito il diritto di investire le proprie energie su progetti che mirano allo sviluppo del Paese, ecco perchè chiediamo un dialogo serio con chi ci governa”.

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