La professione forense? E’ già liberalizzata!

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Liberalizzazioni: la parola del momento. Dopo farmacisti, tassisti, notai, commercianti e benzinai, questa settimana abbiamo affrontato un’altra professione: quella degli avvocati che, a quanto pare, storcono, unanimi, il naso di fronte al vento liberalizzatore del Governo Monti. Difesa di interessi corporativi? No, l’assunto di partenza è un altro, ovvero che la professione forense sarebbe già stata ampiamente liberalizzata (a partire dalla riforma Bersani, le tariffe non sono più vincolanti). A ciò si aggiunge un’altra obiezione ampiamente condivisa: le norme previste dalla squadra Monti sarebbero completamente sradicate dalla realtà e non risolverebbero nessuno dei problemi della categoria. Per capire l’origine del malessere che attraversa il mondo dell’avvocatura basta dare un’occhiata ai dati. Numeri che evidenziano un’esplosione dell’accesso alla professione negli ultimi 30 anni che ha fatto diventare l’Italia, con 213.081 avvocati, 36,8 ogni 10mila abitanti, il terzo paese in Europa per numero di professionisti dietro solo al Liechtenstein e alla Spagna. Insomma sono sempre di più e sono sempre più scontenti.

La bozza sulle liberalizzazioni targata Monti prevede che siano “abrogate tutte le tariffe professionali, minime e massime”. Si legge inoltre che “tutti i professionisti concordino in forma scritta con il cliente il preventivo per la prestazione richiesta”. “In linea generale – commenta l’avvocato penalista Cosimo Zaccaria – sono favorevole alle liberalizzazioni, anche se, così strutturate, mi pare non apporteranno, per quel che riguarda il settore legale, importanti novità. In effetti, nel settore legale il mercato ha già sopravanzato il legislatore: le barriere all’ingresso sono di fatto  modeste, e il numero elevatissimo di avvocati, senza uguali in Europa, ormai da tempo consente alla clientela un’ampia possibilità di scelta tra specializzazioni e fasce di prezzo. Quindi, la soppressione dei tariffari non avrà alcun effetto rivoluzionario, né l’obbligo di preventivo, che finirà con il vincolare il professionista ma costituirà, al contempo, prova scritta dell’accordo economico anche contro il cliente.

L’unica vera rivoluzione potrebbe essere quella legata all’esercizio in forma societaria dell’attività legale, che consentirà ai professionisti di costituire S.p.A. o S.r.l. per l’erogazioni di servizi legali. Ma su questo punto siamo in attesa dell’approvazione del regolamento di attuazione e ci sono molte pressioni per ottenere la modifica del provvedimento. Per parte mia, non sono pregiudizialmente contrario, laddove la trasformazione in società consentisse un beneficio fiscale legato alla maggiore deducibilità delle spese”. “Per quanto mi riguarda – aggiunge l’avvocato civilista Sabina Bulgarelli – sono contraria alle liberalizzazioni che il Governo vorrebbe varare. Posizione che nulla ha a che fare con la difesa di una casta, ma che nasce da un problema di carattere puramente pragmatico. Premesso che il tariffario è una forma di tutela per i clienti, molto spesso non è possibile fornire un preventivo delle spese e delle competenze, in quanto neppure l’avvocato è in grado di sapere in anticipo quali attività si renderanno necessarie per risolvere la controversia.

Troppe le incognite che possono intervenire caso per caso”. A lei si unisce anche il penalista carpigiano Cristian Stove: “il tema delle liberalizzazioni è ampio e rischia, come spesso accade, di essere frainteso e strumentalizzato. L’avvocatura è in guerra contro queste norme che sono sostanzialmente inutili. Proclami perlopiù, senza norme di coordinamento e del tutto transitorie. Se avvantaggiano qualcuno, sono sempre i poteri forti e i clienti forti, contrattualmente, a beneficiarne. Credo che il tema dell’abolizione delle tariffe sia quasi congelato, in ogni caso, la libertà di tariffa esiste già nella pratica e almeno resterebbe quale garanzia e parametro di valutazione dei giudici. Con che criteri altrimenti potranno i giudici liquidare le spese di lite? Per quanto riguarda l’obbligo di preventivo: anche questa è una pratica già in uso. Quasi sempre è impossibile fare preventivi attendibili dal momento che i tempi e le variabili di ogni giudizio sono totali. E non certo per colpa dell’avvocatura. In città come Milano e Roma ad esempio, e nel resto del mondo, si stanno da tempo adottando tariffe orarie (certo non credo a vantaggio del cliente)”.

*b*Ma tali liberalizzazioni quali ricadute avrebbero sui professionisti già presenti sul mercato?  E per l’utente che vi si rivolge?+b+
“Le  ricadute sui professionisti – continua l’avvocato Bulgarelli – riguardano in primo luogo lo svilimento della professione forense. Una prestazione intellettuale non può essere considerata alla stregua di un capo di abbigliamento soggetto alle mode e alle regole di mercato. Il tetto massimo degli onorari era chiaramente una forma di tutela per il cliente”.
La bozza Monti prevede anche che dei 18 mesi di tirocinio necessari per sostenere l’esame da avvocato, sei potranno essere trascorsi nelle università. Lo ha detto il ministro della Giustizia, Paola Severino: “dare la possibilità di svolgere parte del tirocinio presso l’università favorisce i giovani e migliora la qualità di chi si appresta a diventare professionista”.

*b*La pratica non è forse più formativa della teoria per forgiare un professionista? +b+
“Non vedo cosa si possa apprendere della professione all’università. L’ateneo – spiega Bulgarelli – non è il luogo deputato a imparare una professione. Da cittadina, se dovessi scegliere un avvocato a cui rivolgermi, preferirei sapere che questo ha svolto anni di pratica e si è formato presso uno studio legale”. “Chi rischia – continua Stove – è lo studente. Prima di essere realmente e concretamente formato, non bastavano certo i 24 mesi d’un tempo nè, tantomeno, i 18 di pratica effettiva e costante. Figuriamoci se per 6 mesi si sta al calduccio in Università a sentire, ancora, soltanto parole! Perché uno studente dopo il suo iter di studio universitario deve allungare la propria permanenza in ateneo per altri sei mesi? Dietro ai banchi non si diventa avvocati in grado di lavorare in autonomia facendo solo 12 mesi di pratica concreta. Il tema è sempre – e solo – quello dell’effettiva pratica in studi che garantiscano lavoro, formazione, preparazione e attività non in catena di montaggio. La nostra contrarietà nasce dal fatto che queste norme rimangono lontane dai problemi reali e si rivelano inefficaci per risolverli”.

Dello stesso parere anche l’avvocato Zaccaria: “la possibilità di svolgere parte del tirocinio presso le università non è una cosa a mio giudizio condivisibile, perché il periodo di due anni di pratica è appena sufficiente a conferire a un praticante quel minimo di autonomia che possa garantirgli un avviamento sicuro verso una professione difficile e carica di responsabilità come la nostra.Nel settore penale, poi, questa affermazione è ancor più vera: come noto, i praticanti possono iniziare a patrocinare cause già dopo il primo anno. Accorciare troppo il periodo di praticantato significa dare la possibilità di intervenire direttamente in molti procedimenti, ormai non solo di scarso rilievo, a persone che non hanno l’esperienza pratica necessaria”.

Il numero degli avvocati in Italia aumenta di anno in anno e la categoria teme scadimento di professionalità, perdita di prestigio sociale e calo dei guadagni. Per questo sono in molti a lanciare l’idea di restringere l’accesso all’avvocatura, introducendo, ad esempio, il numero chiuso nelle Facoltà di Giurisprudenza. E i nostri avvocati cosa ne pensano? “Nella sola provincia di Milano ci sono tanti avvocati quanti quelli francesi (mentre a Carpi sono oltre un centinaio): direi che la nostra sia già una categoria fortemente liberalizzata”, chiosa Bulgarelli, mentre Zaccaria puntualizza: “i dati parlano di netto calo delle immatricolazioni; in ogni caso, il numero degli abbandoni è notevole, e la Facoltà di Giurisprudenza offre comunque sbocchi professionali più ampi di quelli professionali”.

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