“No alle liberalizzazioni selvagge”

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Al dottor Lorenzo Di Maria, titolare della Farmacia San Benedetto, chiediamo:
*b*Cosa comporta, per i farmacisti da una parte e per i clienti dall’altra, la liberalizzazione dei farmaci di fascia C?+b+
“La liberalizzazione totale della classe C ritengo avrebbe effetti devastanti sulla capillarità e sulla qualità del servizio espletato dalle farmacie convenzionate per diversi motivi: innanzitutto verrebbero sottratte risorse fondamentali alla rete dei presidi, risorse che sono vitali per mantenere la qualità del servizio attuale e per realizzare quel progetto di “farmacia dei servizi” con forte vocazione territoriale, che garantirebbe a tutti i cittadini la presenza di un presidio integrato pienamente nel Servizio Sanitario Nazionale non solo per quello che riguarda la distribuzione del farmaco ma nell’ottica più ampia e complessa dei servizi finalizzati alla salute. Spero risulti evidente come la liberalizzazione in oggetto realizzi solo uno spostamento dei fatturati, dato che non è assolutamente auspicabile (anche se il rischio purtroppo c’è) che all’aumentare dell’offerta aumenti anche la domanda e quindi il consumo di farmaci. Non ci sarà quindi nessuna crescita economica, né di occupazione, ma solo un travaso forzoso dal settore dei presidi farmaceutici convenzionati col SSN a quello commerciale. Ritengo inoltre vi sia un rischio concreto di grave compromissione del servizio farmaceutico nelle zone rurali, non certo per la presenza di corner o parafarmacie, dato che questi esercizi commerciali vanno a collocarsi esclusivamente nelle zone economicamente più redditizie, ma come conseguenza del fatto che molti titolari di farmacie rurali, che spesso lavorano in condizioni logistiche, professionali ed economiche molto difficili, constatata l’insostenibilità della rete in un mercato liberalizzato, potrebbero trovare più conveniente aprire una parafarmacia in città, aprendo il problema della copertura delle piccole comunità. In quest’ottica non vedo nessun vantaggio per l’utente-paziente: a fronte di una diminuzione dei prezzi tutta da verificare e i cui vantaggi in termini economici reali sembrano non rilevanti, il cittadino registrerebbe sicuramente la compromissione di un servizio universalmente riconosciuto come eccellente e sarebbe inoltre portato a considerare il farmaco un semplice bene di consumo, perdendo quella percezione del farmaco come “prestazione specialistica” che ha un alto valore sociale e sanitario, non pienamente rappresentato dal semplice prezzo. Credo inoltre che tale liberalizzazione non gioverebbe neppure ai colleghi che come professionisti autonomi hanno intrapreso la strada della gestione di una parafarmacia: l’ingresso del grande capitale con le sue economie di scala e le sue catene spazzerebbe via in un attimo il singolo farmacista e non valorizzerebbe la professionalità di nessuno, dato che le strategie puramente commerciali hanno come unico scopo il profitto”.
*b*Complice l’introduzione dei farmaci equivalenti i farmacisti lamentano un calo dei fatturati. Oggi lo spettro della liberalizzazione innalza il timore di veder ridotti ulteriormente i propri ricavi. E’ questo che ha messo i farmacisti di tutta Italia sul piede di guerra? +b+
“Innanzitutto occorre precisare che il vero problema non sono i farmaci equivalenti, che rappresentano per il farmacista, professionista in prima linea per garantire la sostenibilità della spesa farmaceutica e il corretto accesso ai farmaci da parte del paziente, preziosi alleati per far risparmiare lo Stato e i cittadini attraverso una costante azione di informazione circa l’efficacia e la sicurezza di questi prodotti. E’ pertanto uno dei compiti professionali della Farmacia Italiana favorire ed incentivare l’uso di questi prodotti, al di fuori di qualunque considerazione sul prezzo. Altre sono le problematiche che hanno portato al crollo della marginalità, come per esempio la distribuzione diretta da parte delle strutture Asl dei farmaci più costosi o per i pazienti cronici, pratica che impoverisce economicamente e professionalmente la farmacia, oltre a impoverire la capillarità del servizio in quanto, tale distribuzione, per definizione, è concentrata in singoli punti e non diffusa; la richiesta della parte pubblica di servizi sempre più impegnativi sia dal punto di vista economico che organizzativo senza un adeguato riconoscimento economico; la mancanza di un meccanismo di remunerazione (come chiediamo da tempo) che sia svincolato dal prezzo del farmaco e riconosca l’atto professionale del farmacista come una prestazione intangibile ma con un alto valore sociale e sanitario. Solo nell’ottica di queste problematiche si inserisce la questione della diminuzione del valore del farmaco. I farmacisti hanno ritenuto inaccettabile il progetto di smantellamento della rete delle farmacie per favorire esclusivamente il grande capitale con progetti di riforma del settore che nulla avevano a che fare con la tutela della salute o il miglioramento dei servizi e dell’accessibilità al farmaco”.

*b*L’altro punto in discussione potrebbe essere quello dell’abbassamento del quorum farmacie-numero abitanti. Favorevole o contrario? +b+
“In linea di principio sono assolutamente favorevole all’abbassamento del quorum, purchè la scelta del rapporto numerico abitanti-farmacie sia fatta nell’ottica di migliorare e potenziare la capillarità del servizio e sia sostenibile dall’intero sistema, anche dalle farmacie più piccole o quelle collocate in zone commercialmente meno redditizie. Attualmente in Italia abbiamo una media di una farmacia ogni 3.300 abitanti circa, quindi perfettamente allineati alla media europea. La Francia recentemente ha alzato il suo quorum a una farmacia ogni 4.500 abitanti, al fine di favorire e potenziare i presidi di distribuzione del farmaco che stavano via via sparendo dalle zone più periferiche del paese. Quindi un intervento sul quorum è auspicabile, ma va ponderato attentamente perchè un aumento eccessivo del numero di presidi può portare a risultati opposti rispetto a quelli perseguiti”.
*b*Il valore delle licenze oggi è altissimo, calcolato in 3-4 milioni di euro, per via del livello medio del fatturato annuo di una farmacia, intorno a 1,5 milioni. Con l’abbassamento del quorum tale valore di quanto si deprezzerebbe? +b+
“Non avendo mai partecipato o assistito a una compravendita di farmacie posso solo confermarle che sono cifre di cui ho letto anch’io, ma non saprei dirle se, con la perdita dell’esclusiva del farmaco e tutte le difficoltà in cui versano le farmacie oggi tali valori siano realistici o meno. Per rispondere alla sua domanda: una riforma ponderata e sostenibile, che valorizzi la rete dei presidi, che dia maggior servizio e capillarità potrebbe forse abbassare la media di fatturato, ma sicuramente aumenterebbe il valore sociale e sanitario delle farmacie. Una riforma selvaggia che punti a un aumento numericamente eccessivo o addirittura una liberalizzazione porterebbe in breve tempo ad un crollo del valore commerciale della farmacia, ma soprattutto del suo valore socio-sanitario, effetto che non impoverirebbe solo i farmacisti ma tutta la società con particolare rifermento alle fasce più deboli della popolazione”.
*b*Nel caso venisse attuata la liberalizzazione ricorrerete a serrate? +b+
“Queste sono scelte che riguardano il sindacato e, ad oggi, io non ho nessuna comunicazione in tal senso. I farmacisti sono professionisti responsabili e perfettamente consapevoli dell’importanza che il servizio farmaceutico ricopre per la popolazione e quali e quanti disagi comporterebbe un’azione di protesta: per questo puntiamo con forza ad un confronto costruttivo al fine di cercare quelle soluzioni che siano finalizzate a migliorare il servizio senza impoverirlo”.

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