Un musicista alla corte di Conte

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Paolo Conte è uno dei più grandi cantautori italiani, musicista colto e raffinato, la sua musica fluttua tra il jazz di New Orleans, la raffinata chanson francese di Jacques Brel e la stralunata poetica di Leonard Cohen. La sua voce è uno strumento unico e inconfondibile, perfetto per tratteggiare le sue storie permeate di struggenti malinconie e forti passioni. Tra i suoi musicisti ve ne è uno che ci è particolarmente caro; “adottato” trent’anni fa dalla nostra città. Il napoletano cinquantenne Lucio Caliendo (oboe, fagotto e percussioni) coniuga l’insegnamento all’Istituto Musicale Vecchi-Tonelli con la sua vivace carriera di musicista. Eclettico e appassionato, dopo una bella esperienza al fianco di Vinicio Capossela, da quattordici anni, collabora infatti col grande Paolo Conte.
Emozioni difficili da raccontare. “Ho suonato con Vinicio, come batterista, dall’inizio degli Anni ’90 al 1996; amavo spaziare da sonorità hard, funcky a suoni più soft, attingendo dalla cultura mediorientale, quella araba soprattutto, la grande madre della musica. Poi Vinicio iniziò a spostarsi verso le musiche rebetiche, le polke di Varsavia, i canti tzigani… con quella svolta balcana, la nostra collaborazione è volta al termine. Nel 1996 mi fu proposto di collaborare come oboista con Conte e nel 1997 lo seguii per la prima volta in tournee. Fu davvero una grande gioia poter mettere in pratica anni di studio, poiché l’oboe – di cui io mi innamorai per caso, sentendolo suonare da una finestra del conservatorio – è poco impiegato nella musica leggera”. Attualmente impegnato in una tournee partita lo scorso novembre, Caliendo parla di Conte come di una persona dotata di una straordinaria umanità. “Ha un cuore e un’anima talmente grandi che ti sorprendono. Con lui ho la possibilità di suonare in festival di musica classica e rassegne internazionali di jazz, di conoscere artisti straordinari provenienti da ogni parte del mondo, di entrare in contatto con realtà variegate e fortemente arricchenti, sia dal punto di vista umano che professionale. Ovunque suoniamo, ci sentiamo cittadini: una sensazione straordinaria”. Lo chansonnier astigiano, incoronato Cavaliere dell’Ordine delle Arti e delle Lettere a Parigi, è stato nella capitale francese per due serate al Grand Rex: per lui e i suoi musicisti ovazioni e calorosi applausi a scena aperta; ennesima dimostrazione che la sua musica non è per pochi. Ermetica. Di nicchia. “La musica di Conte è di tutti e per tutti. Il pubblico europeo è attento, sensibile, educato all’ascolto. Allenato ad ascoltare, è un pubblico affezionato, non curioso. Un pubblico composto di persone che seguono la crescita di ogni artista, evolvendosi insieme a lui”. Caliendo dopo aver ha lasciato Napoli – dove ha studiato Batteria al Conservatorio S.Pietro a Majella – alla volta dell’Emilia, ha trovato nella nostra città “l’habitat lavorativo ideale”, spiega. “Mi sono diplomato in oboe al Conservatorio di Parma (specializzandomi in oboe barocco a Milano e, successivamente, a New York) e dopo soli tre mesi che vivevo a Carpi suonavo già ovunque insieme all’amico e chitarrista carpigiano Franco Guidetti. La provincia emiliana è foriera di grande ricchezza, vi è un tessuto musicale straordinariamente vivace. Tantissimi musicisti affermati vengono da qui. Carpi mi offre la possibilità di lavorare, di sperimentarmi in nuove esperienze e, al contempo, di veder crescere la mia famiglia in un ambiente sereno e vivibile”. E che Caliendo sia poliedrico e perennemente in movimento è evidente dalle numerose “avventure” in cui si lancia. Unico comune denominatore, naturalmente, la musica. Accanto alla cattedra di batteria al Vecchi – Tonelli, primo conservatorio in Italia ad avere un corso di formazione di base, specifico per questo strumento, Caliendo collabora dal 1980 con il Centro di Documentazione Audiovisiva di Carpi e ha scritto e curato la colonna sonora di numerosi documentari, tra cui Dreaming by Numbers di Anna Bucchetti, L’ombra della mia casa e Il vento bussa alla mia porta di Stefano Cattini. Quel che importa è sperimentarsi con “grande umiltà”, spiega, perché per un musicista, “continuare a crescere e studiare” è un imperativo di vita.

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