Minori e reati, “sapere di essere imputabili può fermarli”

Che cosa cambia per un giovane che commette un reato dopo l’approvazione del disegno di legge che modifica le norme sull’imputabilità dei minorenni? A spiegarlo è l’avvocato Federica Turci del Foro di Modena, abilitata alla difesa dei minorenni nell’ambito del procedimento penale che traccia anche una fotografia dei reati maggiormente commessi nel nostro territorio dai giovanissimi: “il fenomeno è sostanzialmente stazionario, con una lieve impennata per quanto riguarda il bullismo in ambito scolastico. Sono molto frequenti anche le risse che spesso sfociano in lesioni perché i ragazzi se le danno davvero di santa ragione. Ci sono poi furti, rapine e minacce finalizzate a farsi consegnare oggetti, come vestiti firmati, cellulari di ultima generazione o denaro”.

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L'avvocato Federica Turci

La modifica delle regole sull’imputabilità dei minorenni potrebbe avere un effetto che va oltre il piano strettamente giuridico: responsabilizzare maggiormente i ragazzi e fungere da deterrente, soprattutto se la nuova disciplina venisse adeguatamente spiegata e fatta conoscere non solo ai giovanissimi ma anche alle loro famiglie. Sapere che, superati i 14 anni, la capacità di intendere e di volere sarebbe presunta e che, quindi, determinate condotte comporterebbero l’avvio di un procedimento penale nei loro confronti perché ritenuti imputabili, potrebbe spingere un ragazzo a riflettere prima di compiere un reato o di lasciarsi coinvolgere. È questa una delle possibili conseguenze della riforma secondo Federica Turci, avvocato del Foro di Modena, abilitato alla difesa dei minorenni nell’ambito del procedimento penale e che da anni osserva da vicino il rapporto tra adolescenti, reati e giustizia minorile. 

Partiamo dalla normativa attuale: come funziona oggi l’imputabilità del minore?

“Prima di arrivare all’articolo 98 del Codice penale, ovvero quello che il disegno di legge intende modificare, occorre partire dall’articolo 85 c.p., che disciplina la capacità di intendere e di volere. Il primo comma stabilisce che “nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato se, al momento in cui lo ha commesso, non era imputabile”. Il secondo precisa che “è imputabile chi ha la capacità di intendere e di volere”. Parliamo quindi dell’attitudine del soggetto a comprendere il significato e il disvalore delle proprie azioni e, contemporaneamente, della capacità di autodeterminarsi liberamente e orientare la propria condotta sulla base di tale consapevolezza. L’imputabilità, dunque, dipende dalla capacità di intendere e di volere. Ciò detto, occorre poi enunciare il disposto dell’articolo 97 c.p. che riguarda i minori di 14 anni (i cosiddetti infraquattordicenni) il quale stabilisce una presunzione assoluta di non imputabilità: sotto quella soglia il minore non è imputabile. L’articolo 98 c.p. disciplina invece l’imputabilita dei minori degli anni 18 ossia la fascia di eta compresa tra i 14 e i 18 anni e sostanzialmente, oggi, il minorenne è imputabile soltanto se, al momento del fatto, viene accertato che era capace di intendere e di volere; quindi, non basta avere più di 14 anni: occorre verificare concretamente quella capacità”.

Il disegno di legge quindi cosa cambierebbe?

“Cambierebbe il criterio di accertamento. Tra i 14 e i 18 anni la capacità di intendere e di volere verrebbe presunta. In sostanza, il principio si ribalterebbe: oggi bisogna accertare che il minorenne fosse capace di intendere e di volere; con la nuova disciplina si partirebbe invece dalla presunzione che lo sia, salvo prova contraria.

Pensiamo al 16enne indagato-imputato per una qualsiasi condotta che integra una fattispecie criminosa: con la normativa attuale deve essere verificato se, al momento del fatto, fosse capace di intendere e di volere. Con la nuova impostazione si partirebbe dalla sua imputabilità. Se il pubblico ministero, il giudice o soprattutto la difesa ritenessero poi che ci siano elementi per sostenere il contrario, occorrerebbe dimostrare, attraverso una perizia, che quel ragazzo, pur avendo commesso materialmente il fatto, non aveva la capacità di comprendere il disvalore della propria condotta”.

Cambierebbe anche la pena?

“No. Su questo punto non ci sarebbero modifiche. Per i minorenni, anche per gli ultraquattordicenni, continuerebbe a essere prevista l’illegittimità costituzionale dell’ergastolo secondo la sentenza n.168/94 della Corte Costituzionale e una diminuzione della pena perché il processo minorile si fonda e ha come obiettivo la rieducazione del minore e la sua risocializzazzione”.

La giustizia minorile italiana ha una forte componente educativa e rieducativa. Questa modifica cambierebbe tale impostazione? Il rischio è uno spostamento dalla logica della responsabilizzazione a quella della punizione?

“Non credo che questo cambiamento inciderebbe sulla funzione rieducativa della pena. Penso, per esempio, alla messa alla prova che, per la mia esperienza, è strutturata bene e produce effetti molto positivi. La stragrande maggioranza dei ragazzi che accedono a questo istituto difficilmente torna a delinquere. Naturalmente ci sono anche casi diversi: ho seguito ragazzi che avevano già precedenti e che, nonostante un percorso di messa alla prova, hanno continuato a compiere condotte illecite. Ma in quei casi il problema è più complesso e una modifica della norma sull’imputabilità probabilmente inciderebbe poco. Anche il carcere minorile resta l’ultima ratio. Già oggi il Pubblico Ministero lo richiede e il Giudice lo concede solamente per i casi molto gravi, proprio perché nel sistema della giustizia minorile la privazione della libertà deve essere considerata come una misura estrema. L’obiettivo resta quello di responsabilizzare e recuperare il ragazzo, quando esistono le condizioni per farlo”.

La ratio del disegno di legge potrebbe quindi essere anche quella di creare un deterrente per i minori?

“Sì e potrebbe esserci soprattutto se il cambiamento venisse spiegato e comunicato ai ragazzi, anche in ambito scolastico. Un quindicenne deve sapere che determinate condotte possono avere conseguenze penali. Penso al ragazzo coinvolto in una rissa, al bullo che minaccia un compagno con un coltello, oppure a chi commette un reato semplicemente perché voleva provare qualcosa, magari spinto dagli amici o dalla noia. Sapere che, dai 14 anni, la capacità di intendere e di volere viene presunta potrebbe rappresentare un deterrente: attenzione a quello che fai, perché rischi di trovarti coinvolto in un procedimento penale e di avere conseguenze sulla tua vita”.

Quanto pesa, invece, il fattore tempo della giustizia?

“Pesa molto. A parte gli episodi più gravi, alcuni procedimenti restano per mesi, se non per anni, nei tribunali. E questo può contribuire a far percepire al ragazzo che ciò che ha fatto non abbia avuto conseguenze immediate. A questo si aggiunge, in alcuni casi, un certo lassismo da parte dei genitori, che tendono ad assecondare i figli. Per questo penso che una maggiore consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni possa avere anche una funzione educativa”.

Da avvocato abilitata alla difesa dei minorenni, come giudica quindi il disegno di legge?

“Con la normativa attuale, in alcune situazioni può esserci la tendenza a dare per scontata la non imputabilità e a volte situazioni che meriterebbero maggiore attenzione rischiano di perdersi nel calderone dei procedimenti. Con la nuova impostazione, invece, il punto di partenza sarebbe diverso: sei imputabile, salvo che venga dimostrato il contrario. Sulla carta questo potrebbe modificare anche la percezione delle conseguenze da parte dei ragazzi. Poi, naturalmente, bisognerà vedere concretamente che cosa cambierà e come verrà applicata la nuova disciplina”.

Dal suo osservatorio, nel territorio carpigiano si registra un aumento dei reati commessi da giovani e giovanissimi?

“Direi che il fenomeno è sostanzialmente stazionario, con una lieve impennata per quanto riguarda il bullismo in ambito scolastico. Sono molto frequenti anche le risse che spesso sfociano in lesioni perché i ragazzi se le danno davvero di santa ragione. Ci sono poi furti, rapine e minacce finalizzate a farsi consegnare oggetti, come vestiti firmati, cellulari di ultima generazione o denaro”.

Nel tempo sono cambiate le tipologie di reato?

“Sì, rispetto al passato noto un cambiamento. Anni fa andava di moda il danneggiamento di beni pubblici o privati, mentre oggi vedo più spesso episodi di violenza tra ragazzi, anche finalizzati a sottrarre oggetti. Capita anche che vengano utilizzati coltelli per minacciare e ottenere denaro o determinati beni”.

Sono soprattutto maschi?

“Non necessariamente. Nella maggior parte dei casi ci sono anche ragazze, che possono essere coinvolte insieme ai maschi all’interno di bande miste, ma esistono anche gruppi composti esclusivamente da femmine. E devo dire che, nei casi che ho visto, le condotte più aggressive sono proprio quelle commesse dalle ragazze”.

C’è un legame con il contesto familiare o sociale?

“Nell’immaginario collettivo si tende a pensare che questi comportamenti siano legati soprattutto a ragazzi provenienti da famiglie poco abbienti. Non è così. Ci sono anche figli di famiglie benestanti che, per noia, per emulazione o per il desiderio di provare qualcosa di nuovo, finiscono per commettere dei reati. E non pensiamo che siano solo i figli di famiglie di origine straniera a delinquere, i giovani italiani li stanno sostanzialmente eguagliando”.

Jessica Bianchi

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