Cinghiali e peste suina, la Regione mette sul piatto 4,3 milioni. E nella gara spariscono (sulla carta) i cacciatori

C'è un elemento che salta all'occhio scorrendo la nuova procedura regionale per il controllo dei cinghiali: i cacciatori non compaiono come destinatari dell'affidamento. Al loro posto c'è un servizio che sarà assegnato attraverso una gara pubblica a un operatore economico, chiamato a organizzare squadre, uscite, catture, abbattimenti, recupero degli animali e ricerca delle carcasse. Sulla carta i cacciatori sono esclusi dall'affidamento, ma nella pratica potrebbero essere proprio loro la manodopera necessaria all'impresa vincitrice per organizzare le squadre e realizzare gli abbattimenti.

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C’è un elemento che salta all’occhio scorrendo la nuova procedura regionale per il controllo dei cinghiali: i cacciatori non compaiono come destinatari dell’affidamento. Al loro posto c’è un servizio che sarà assegnato attraverso una gara pubblica a un operatore economico, chiamato a organizzare squadre, uscite, catture, abbattimenti, recupero degli animali e ricerca delle carcasse. La Regione Emilia-Romagna mette complessivamente a disposizione 4,32 milioni di euro, suddivisi in due lotti territoriali. Quello che interessa Modena, Reggio Emilia e la città metropolitana di Bologna vale 2,16 milioni di euro. L’affidamento avrà una durata di 24 mesi, con la possibilità di prorogare gli ordinativi per ulteriori 24 mesi, e capitolato costruisce una vera e propria tabella prezzi delle operazioni, con compensi per le uscite, per gli animali abbattuti, per la gestione delle trappole e anche per la ricerca delle carcasse (per maggiori info puoi cliccare qua: https://intercenter.regione.emilia-romagna.it/bandi-e-strumenti-di-acquisto/bandi-intercenter/bandi-e-procedure-di-gara/bandi-in-corso/BANDO_GARA_PORTALE@14624168).

Il listino degli abbattimenti

Per il tiro selettivo da un punto fisso sopraelevato sono previsti 200 euro per un’uscita di almeno quattro ore, ai quali si aggiungono 100 euro per ogni cinghiale abbattuto. Nel depopolamento itinerante, invece, il compenso è di 300 euro per persona a uscita, con squadre composte da due a tre persone. Una singola uscita può quindi costare da 600 a 900 euro, a seconda del numero degli operatori impiegati.

È previsto anche un premio legato ai risultati: 1.000 euro al raggiungimento di almeno 10 cinghiali abbattuti nell’arco di otto uscite. Per ogni animale abbattuto oltre il decimo viene riconosciuto un ulteriore compenso di 100 euro.

Per gli interventi con cani, il sistema cambia ancora: 500 euro per la preparazione dell’uscita, 100 euro per ogni operatore presente e 200 euro per ogni cinghiale abbattuto. Se l’uscita non porta ad alcun abbattimento, viene comunque riconosciuta la quota di preparazione da 500 euro.

Le trappole costano 6mila euro

Anche la cattura viene organizzata attraverso un sistema di corrispettivi. Per ogni trappola sono previsti 6.000 euro per l’allestimento e la gestione dell’impianto per l’intera durata del servizio. A questa cifra si aggiungono 300 euro per ogni intervento di cattura, comprensivi dell’abbattimento dei cinghiali catturati, del prelievo e del trasporto delle carcasse.

Se nello stesso intervento vengono catturati più animali, per ciascun cinghiale oltre il primo vengono riconosciuti altri 150 euro. La gestione della trappola comprende anche pasturazione, controllo tramite fototrappole e l’eventuale riposizionamento.

Si paga anche per cercare i cinghiali morti

Una parte del budget è destinata alla sorveglianza sanitaria. Per accompagnare le unità cinofile ENCI nella ricerca di carcasse e resti di cinghiale è previsto un compenso di 500 euro al giorno. Le squadre impegnate nella ricerca senza cani ricevono invece 50 euro per ogni cella di un chilometro quadrato al caposquadra e 40 euro per ciascun componente. Il recupero di una carcassa su segnalazione viene remunerato 250 euro per animale.

Perché dare soldi ai privati?

È proprio questa impostazione a suscitare le critiche delle rappresentanze dei cacciatori.

“Questi soldi si potrebbero evitare. Siamo in una situazione di emergenza, questo è evidente, ma il depopolamento del cinghiale sono i cacciatori a farlo: perché allora dare soldi ai privati?”. A parlare è Riccardo Galantini, rappresentante provinciale di Arci Caccia, che contesta soprattutto la scelta di affidare il servizio a un operatore economico esterno.

“Noi – prosegue – paghiamo oltre 500 euro di tasse all’anno per poter svolgere la nostra attività. In questo momento di emergenza ci siamo già adoperati e abbiamo ottenuto ottimi risultati. La legge del 1992 affida la gestione del territorio agli ATC, gli Ambiti territoriali di caccia. A Modena ce ne sono tre: la Bassa Pianura, la zona centrale e l’Alta Montagna. Ogni ATC ha un consiglio direttivo composto da venti persone: sei rappresentanti del mondo agricolo, sei del mondo venatorio, quattro del mondo ambientalista e quattro delle istituzioni. La gestione in materia di caccia è affidata dalla legge proprio a tali comitati. Questo bando però, di cui peraltro nessuno parla, costituisce un segnale molto preoccupante poiché va verso la privatizzazione e la monetizzazione della caccia. Gli ATC non possono partecipare: possono farlo soltanto aziende private. Puntare verso la privatizzazione è un passo che non vorremmo venisse compiuto.  Questa manovra, peraltro, sta lacerando l’unità dei cacciatori e c’è anche un’altra contraddizione: l’azienda alla quale verrà affidato il compito cercherà inevitabilmente manodopera proprio tra i cacciatori, perché sono persone attrezzate e che conoscono il territorio”.

Abbattuti 1.278 cinghiali senza percepire alcun compenso

Sulla stessa linea il presidente di ATC Modena 2, Romano Canovi: “Il giudizio che ho già espresso in tutte le sedi opportune è estremamente negativo. Tutte le squadre di caccia che lavorano nei vari distretti nel corso del 2025, tra piani di abbattimento e stagione venatoria, hanno enormemente contribuito alla riduzione della presenza del cinghiali, uccidendone 1.278. Animali abbattuti senza percepire alcun compenso. L’ATC Modena 2 che opera in 24 comuni, da Montese a Polinago fino a Prignano, compresi Pavullo e Serra, annovera circa 2.400 persone, di cui la stragrande maggioranza residente nel territorio modenese; persone animate dalla passione per la caccia che in modo assolutamente volontario apportano un contributo fondamentale per la difesa territorio, delle colture e per il mantenimento dell’equilibrio ambientale. La mole dell’intervento svolto ha prodotto un risultato che, a detta dello stesso commissario straordinario nazionale per la Peste Suina Africana, dottor Giovanni Filippini, è stato eccezionale. Un risultato, lo voglio ribadire, ottenuto attraverso il volontariato. E la Regione cosa fa? Prepara un bando che di fatto sminuisce il lavoro delle squadre di caccia in favore di privati. Soggetti che saranno poi costretti a fare il giro del perdono e a mettere insieme squadre di cacciatori. Con tutti i problemi che abbiamo, a partire dalla sanità, come si fa a destinare oltre 4 milioni per un’operazione di questo genere? Se sono già i cacciatori a svolgere gli interventi di contenimento dei cinghiali, perché destinare fondi pubblici per compiere la medesima operazione?

Nei mesi scorsi qualche privato aveva già cominciato a contattare gli ATC lanciando l’ipotesi di mettere a punto delle convezioni al fine di trovare manodopera. Ad oggi, dal momento che la procedura di gara è ancora aperta, noi abbiamo assegnato il territorio a tutte le squadre di caccia, anche quelle in zone di restrizione, e abbiamo chiesto alla Polizia provinciale e al commissario straordinario di impiegarle per piani di controllo”.

Il nodo della caccia notturna

C’è poi un altro elemento del capitolato che preoccupa le rappresentanze venatorie: la possibilità di intervenire nelle ore notturne utilizzando dispositivi di mira e osservazione notturna, compresi i visori. Una previsione che, secondo Canovi, rischia di cambiare radicalmente il tipo di intervento sul territorio.

“Il rischio è quello di veder arrivare persone che non conoscono il territorio e i suoi agricoltori. Temo che tutto questo – conclude il presidente Canovi – creerà una serie di conflittualità difficili da gestire. Restiamo in attesa di vedere come si evolverà la situazione”. Il termine per la presentazione delle offerte era infatti fissato al 14 luglio, ma la procedura, ad oggi, 31 agosto, risulta ancora aperta.

Un’operazione sanitaria, ma anche economica

La Regione lega l’intervento soprattutto alla necessità di ridurre la presenza dei cinghiali e, in particolare, il rischio che il virus della peste suina africana raggiunga gli allevamenti. Modena e Reggio Emilia, insieme a Bologna, sono inoltre territori strategici per la filiera suinicola e per la produzione di salumi DOP e IGP. Secondo il documento regionale, la diffusione della PSA ha già determinato una riduzione degli spazi commerciali verso i Paesi terzi, con perdite stimate in diverse decine di milioni di euro ogni settimana. Il piano punta a intervenire sia nelle aree sottoposte a restrizione sia in quelle ancora indenni, con l’obiettivo di creare una sorta di “zona bianca” e ridurre il rischio di diffusione del virus. Nelle zone interessate dalla PSA, catture e abbattimenti dovranno contribuire a creare un vero e proprio “vuoto sanitario” attorno alle aree di circolazione virale.

Una esternalizzazione “paradossale”

Il quadro che emerge è dunque quello di una esternalizzazione strutturata delle operazioni di controllo del cinghiale: non una semplice campagna di abbattimenti, bensì un servizio con un proprio tariffario, una rendicontazione delle attività e prestazioni che vanno dalla cattura al trasporto delle carcasse, fino alla ricerca degli animali morti. Un servizio che verrà affidato a un operatore economico, chiamato a garantire le prestazioni previste dal capitolato. E qui emerge il paradosso della procedura: sulla carta i cacciatori sono esclusi dall’affidamento, ma nella pratica potrebbero essere proprio loro la manodopera necessaria all’impresa vincitrice per organizzare le squadre e realizzare gli abbattimenti, perché sono loro ad avere esperienza, attrezzature e conoscenza del territorio.

Una contraddizione che apre una domanda inevitabile: se alla fine saranno ancora i cacciatori a dover scendere in campo, non sarebbe bastata un’organizzazione più stringente del sistema già esistente, anziché affidare a imprese private un servizio da oltre quattro milioni di euro?

Jessica Bianchi

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