Il dialetto come lingua del rito, un paiolo che evoca il grembo materno, le cucine contadine trasformate in centri di cura. C’è un patrimonio invisibile che scorre nel sottobosco della storia emiliana, sopravvissuto all’industrializzazione e al positivismo scientifico: è quello delle segnatrici, figure capaci di “segnare” e guarire i malanni del corpo e dell’anima attraverso formule antiche e gesti precisi.

A catturare questa millenaria tradizione è “Le Madri del Segno: Potere e Guarigione nell’Emilia”, il docufilm di carattere etnografico che sceglie la via del rigore antropologico allontanandosi da derive folkloristiche o sensazionalistiche grazie alla partecipazione di studiosi e antropologi tra cui Michela Zucca. Abbiamo incontrato le autrici del progetto Giorgia Soncin e Elena Vecchi per farci raccontare questo viaggio nella memoria profonda del nostro territorio, già esplorato da Luciana Nora, protagonista di un’intervista nel docufilm, e Beppe Lodi.
Nel vostro documentario parlate della segnatrice Chi era, esattamente, questa figura all’interno della società contadina?
In un mondo in cui il medico non c’era o era un lusso inaccessibile, la reggitrice si faceva carico del benessere profondo della comunità. Curava i corpi, ma presidiava anche tutti i momenti di passaggio fondamentali della vita, dalla nascita alla morte. Utilizzava oggetti di uso quotidiano — forbici, olio, fili di lana —in chiave rituale. La cucina di casa, uno spazio privato, domestico e tipicamente femminile, diventava così un luogo di cura e la segnatrice era una figura di cui la comunità, a sua volta, si prendeva cura.
Le formule e i rituali utilizzati sembrano muoversi sul filo del rasoio tra fede e paganesimo. Com’era il rapporto con la religione ufficiale?
È stato un rapporto complicato. I rituali sono antichissimi e, trattandosi di saperi a trasmissione orale, non sono databili oggettivamente. Spesso le pratiche originarie erano pagane. Nel corso del tempo, per evitare problemi con l’istituzione ecclesiastica e scampare all’accusa di stregoneria, questi rituali sono stati camuffati con preghiere dedicate a santi di vario genere. Per esempio, l’invocazione a San Giorgio precedeva la formula per guarire l’infezione da vermi nei bambini. Era un modo per giustificare un potere che altrimenti avrebbe fatto paura.

Il titolo del documentario parla di “Le Madri del Segno”. La segnatura è una prerogativa esclusivamente femminile e rappresenta una forma di emancipazione di genere?
La nostra non vuole essere una ricerca di genere in senso stretto. Esistono e sono esistiti anche i segnatori: nel monumentale lavoro di Luciana Nora basato sull’archivio etnografico di Carpi, ad esempio, c’è una lunga intervista a un prete che segnava, don Vasco Pirondini, arciprete della Pieve di Trebbio e originario di Campogalliano. Certamente nella civiltà rurale la donna, restando a casa a curare il focolare domestico, ha finito per incarnare il ruolo di curatrice della comunità. Più che di genere, parliamo di un’archetipica “energia femminile” intesa come capacità di porsi in un ascolto profondo dell’altro. Non a caso il simbolo della nostra ricerca è il paiolo, che oltre a essere uno strumento quotidiano richiama l’utero materno. Nei rituali, anche quando a segnare era un uomo, era spesso richiesta la presenza fisica di una donna per bilanciare questa componente energetica.

Cosa si intende, concretamente, per “segnatura”? Quali erano i mali da combattere?
Il termine “segno” è emblematico: la gestualità, il movimento delle mani che traccia il rito nell’aria o sulla pelle, lavora insieme alla parola e al dialetto. Si interveniva sul fuoco di Sant’Antonio, sulle storte (l’averta, in dialetto), o per “levare al simiot”, l’atrepsia infantile. Ma l’ambito della magia popolare emiliana era ancora più ampio: non si segnavano solo i malanni delle persone, ma anche gli animali da lavoro o i campi da coltivare. C’erano persino segnatrici specializzate nell’allontanare o richiamare la pioggia a seconda delle necessità del raccolto.
L’avvento del boom economico e della medicina moderna ha rischiato di cancellare tutto questo. Come sono sopravvissute queste pratiche?
Il passaggio dalle campagne alle città negli anni ’50 e ’60, le fabbriche, il distretto della maglieria e del truciolo a Carpi hanno cambiato tutto. Con lo stipendio in fabbrica il medico è diventato accessibile. C’era un desiderio culturale di modernità legato al positivismo scientifico; le nostre nonne volevano lasciarsi alle spalle le durezze della guerra e tutto ciò che ricordava la vecchia vita contadina. Eppure, nel sottobosco, la segnatura è sopravvissuta. Ancora oggi ci sono medici che, di fronte a certe manifestazioni del fuoco sacro, suggeriscono ai pazienti di farsi segnare. Con la nostra ricerca abbiamo lanciato un sassolino e si è scatenata una memoria collettiva incredibile: appena ne parliamo, le persone si ricordano del parente che ci andava o ti chiedono se conosci qualcuno che lo sappia ancora fare.
Come avviene la trasmissione di questo sapere segreto?
Le segnatrici della “vecchia scuola” restano convinte che la trasmissione debba essere esclusivamente orale e possa avvenire solo in momenti specifici dell’anno fortemente simbolici per il mondo contadino e religioso, come la vigilia di Natale o la notte di San Giovanni. Per loro, scrivere le formule significa romperne l’incanto e il potere. Oggi ci sono però figure più giovani o aperte, consce del rischio di estinzione di questo patrimonio, che accettano anche la parola scritta pur di non far morire la tradizione.
Che cosa troverà lo spettatore nel vostro docufilm e perché questa ricerca parla così fortemente al nostro presente?
Troverà soprattutto le voci, i volti e la memoria viva delle persone che praticano. Abbiamo già raccolto materiale video prezioso intervistando figure bolognesi come Germana Tartari e Romano Colombazzi. Crediamo che “Le Madri del Segno” risponda a un’inquietudine contemporanea. In un’epoca di isolamento e burocratizzazione della cura il gesto della segnatrice rappresenta una forma di resistenza. È il ritorno a un contatto umano autentico, a un rapporto personale fatto di visite ripetute e di un tempo dedicato interamente all’altro. Qualcosa che, dal punto di vista umano, continua a essere profondamente confortevole e rassicurante.
Il documentario Le Madri del Segno è un progetto totalmente indipendente e autogestito che punta sulla forza dell’autoproduzione. Per coprire i costi vivi della realizzazione pratica, il team ha avviato una campagna di crowdfunding su Produzioni dal Basso e organizzerà diversi eventi di raccolta fondi e promozione. Per rimanere aggiornati potete consultare la pagina instagram @magiapopolaremiliana e il sito progettomagiapopolare.wordpress.com
Sara Gelli
























