Dietro ogni albero caduto c’è quasi sempre un errore umano

Il cambiamento climatico aumenta la violenza dei temporali, ma gli esperti spiegano che gli schianti sono spesso il risultato di radici compromesse, capitozzature e manutenzioni sbagliate. Su un punto sono unanimi: le risorse economiche sono insufficienti rispetto alla complessità della sfida. Proprio per questo, sostengono, le amministrazioni dovrebbero avere il coraggio di dirlo apertamente ai cittadini. Riconoscere i limiti non significa arrendersi, ma costruire un rapporto di fiducia basato sulla trasparenza. La manutenzione deve tornare a essere la priorità: che ha senso continuare a progettare nuovi spazi verdi se non si riesce a curare adeguatamente quelli esistenti?

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Ogni temporale particolarmente violento lascia dietro di sé un bilancio sempre più pesante: alberi monumentali sradicati, rami spezzati, parchi e viali devastati. Le immagini dell’ultima ondata di maltempo che ha colpito Carpi hanno riacceso una domanda inevitabile: è tutta colpa del cambiamento climatico oppure c’è altro? Per cercare una risposta abbiamo raccolto le riflessioni di alcuni professionisti del verde. Il quadro che emerge è molto più complesso di quanto possa apparire. Gli eventi meteorologici estremi sono certamente sempre più frequenti e intensi ma il forte vento, spiegano gli esperti, è spesso soltanto il fattore scatenante. Dietro alla caduta di molti alberi si nascondono errori commessi anni, talvolta decenni, prima. Errori spesso dovuti alla non conoscenza del corretto funzionamento del sistema albero.

Un patrimonio enorme da gestire

Il patrimonio verde pubblico di Carpi conta circa 26mila alberi censiti. La loro gestione richiede l’investimento di risorse importanti: quasi 900mila euro all’anno per la manutenzione ordinaria, ai quali si aggiungono circa 400mila euro destinati agli interventi straordinari finanziati attraverso gli investimenti. Nel frattempo, all’interno dell’Ufficio Verde del Comune sono rimasti soltanto due giardinieri dopo l’esternalizzazione del servizio di manutenzione. Secondo gli esperti, tuttavia, il nodo non è tanto stabilire se il servizio debba essere svolto direttamente dall’Ente o affidato all’esterno. La vera questione riguarda la qualità degli interventi e la capacità dell’Amministrazione di controllarne la corretta esecuzione. Negli anni, osservano, la preparazione degli operatori del verde è andata mediamente scemando, specialmente per quelli che intervengono nelle lavorazioni ordinarie. Per questo servirebbe un monitoraggio costante della qualità dei lavori, capitolati estremamente dettagliati e un sistema di controlli e verifiche che garantisca il rispetto delle corrette pratiche arboricolturali e agronomiche. Esistono poi d’altra parte realtà altamente qualificate. Le norme e la burocrazia rendono tutto più complesso e spesso anche i tecnici comunali che operano nelle Pubbliche Amministrazioni non trovano sufficiente sostegno da parte di dirigenti e amministratori fondamentalmente perché le loro richieste non vengono comprese.

Il vento fa cadere gli alberi già indeboliti

Il punto sul quale tutti gli specialisti convergono è uno: un albero sano è molto più resistente di quanto comunemente si pensi. Il cambiamento climatico esiste e sta modificando profondamente il comportamento delle nostre alberature. Ondate di calore, lunghi periodi di siccità e precipitazioni sempre più violente sottopongono le piante a stress continui. Ma perché un albero diventi realmente fragile, e pericoloso, occorre, nella maggior parte dei casi, che l’uomo ci metta lo zampino. Il problema più frequente riguarda la corretta gestione dell’apparato radicale. Quando, durante lavori sui sottoservizi, vengono lesionate o recise le radici principali, il danno è immediato. Malgrado ciò, ad esempio, un tiglio può continuare a vivere apparentemente in salute per altri otto o dieci anni, per poi cedere improvvisamente. Lo schianto rappresenta soltanto l’ultimo atto di un processo iniziato molto tempo prima. Le radici hanno bisogno di ampio spazio, ossigeno e nutrimento. Eppure devono convivere con parcheggi, strade, marciapiedi, tubazioni e infrastrutture. In questo conflitto, spiegano i professionisti, quasi sempre vince la pietra. Gli alberi diventano così la Cenerentola della progettazione urbana: le loro esigenze vengono considerate solo dopo quelle delle altre opere pubbliche mentre dovrebbe sempre esistere uno spirito collaborativo e fiducioso nei confronti delle osservazioni dei professionisti del verde. Eppure un albero, se non viene rispettato nel suo funzionamento biologico, prima o poi presenta il conto. Non è possibile sapere quando accadrà, ma il cedimento diventa soltanto questione di tempo.

Gli errori del passato pesano ancora oggi

A rendere ancora più delicata la situazione contribuiscono pratiche di gestione che in passato erano considerate corrette. Per decenni molti alberi sono stati capitozzati, cioè drasticamente potati limitandone lo sviluppo naturale in modo definitivo, mantenuti innaturalmente bassi quasi fossero alberi da frutto. Oggi sappiamo che queste potature compromettono profondamente la struttura della chioma. Le grosse branche che ricrescono dopo una capitozzatura sono debolmente ancorate al tronco e diventano le prime a cedere durante le raffiche più intense. Ogni specie possiede una propria architettura naturale che le consente di distribuire correttamente i carichi del vento. Alterarla significa renderla progressivamente meno stabile. Anche la progettazione degli impianti arborei ha la sua importanza: alberi destinati a sviluppare chiome di quindici metri non possono essere collocati a pochi metri uno dall’altro senza costringere, negli anni successivi, a continue potature di contenimento. La regola dovrebbe essere semplice: l’albero giusto nel posto giusto, messo a dimora nel periodo opportuno.

Le perizie e il peso delle responsabilità

La gestione del rischio passa attraverso le valutazioni di stabilità. Ogni esemplare viene dapprima sottoposto a un’analisi visiva per individuare eventuali macroscopici sintomi di sofferenza. Se necessario seguono approfondimenti strumentali che consentono di assegnare una classe di propensione al cedimento. La legge impone ai Comuni con oltre 15mila abitanti di censire il patrimonio arboreo e redigere una scheda per ciascun albero. Anche in questo ambito, però, emergono criticità. Ogni professionista possiede formazione, esperienza e sensibilità differenti. Il continuo ricambio dei tecnici verificatori, che sono professionisti altamente qualificati, rende difficile mantenere una linea gestionale coerente nel tempo. Esiste inoltre un elemento umano che pesa inevitabilmente sulle decisioni: il timore di assumersi la responsabilità di uno schianto non previsto può spingere alcuni periti a optare per abbattimenti più numerosi del necessario.

Ripensare il verde urbano

Il clima che cambia impone anche una riflessione sulle specie da utilizzare nelle nuove piantumazioni. Servono alberi e arbusti, non necessariamente autoctoni, capaci di sopportare estati sempre più calde e siccitose, eventi meteorologici estremi e inverni ancora rigidi. Le leguminose, secondo alcuni professionisti, potrebbero rappresentare una delle famiglie arboree più promettenti. Conta anche la qualità delle piante acquistate dai vivai. Esemplari cresciuti con concimazioni molto spinte sviluppano tessuti ricchi d’acqua, risultando più vulnerabili alle ustioni provocate dal sole e agli attacchi dei parassiti. Nella scelta dovrebbero essere valutati la verticalità, la proporzione della chioma e soprattutto un apparato radicale ben sviluppato e coerente con la parte aerea.

Gli alberi sono una comunità

Gli alberi non vivono come individui isolati. Le loro radici comunicano tra loro e, all’interno di un filare, gli esemplari più esposti proteggono quelli interni dall’azione del vento. Quando viene meno uno degli alberi di testa, l’equilibrio dell’intero sistema cambia. Per questo motivo può accadere un rapido degrado dell’intero sistema. L’introduzione poi di una nuova alberatura sostitutiva, spiegano gli esperti, prevede che dopo un abbattimento il terreno debba essere bonificato e preparato per una nuova piantumazione, creando superfici sufficientemente ampie affinché le radici possano svolgere correttamente le proprie funzioni di sostegno, nutrimento e approvvigionamento d’aria. Meglio piantare esemplari arborei giovani scegliendo, quando possibile, specie differenti rispetto a quelle esistenti. Se correttamente irrigate e seguite nei primi anni di vita, queste piante hanno spesso maggiori possibilità di adattarsi, rispetto ad alberi già adulti. Viceversa è più vantaggioso piantumare arbusti già ben sviluppati in grado di competere meglio con le pianti infestanti.

Servono risorse, ma soprattutto una nuova visione

Su un punto gli esperti sono unanimi: le risorse economiche sono insufficienti rispetto alla complessità della sfida. Proprio per questo, sostengono, le amministrazioni dovrebbero avere il coraggio di dirlo apertamente ai cittadini. Riconoscere i limiti non significa arrendersi, ma costruire un rapporto di fiducia basato sulla trasparenza. La manutenzione deve tornare a essere la priorità: che senso ha continuare a progettare nuovi spazi verdi se non si riesce a curare adeguatamente quelli esistenti? Ma occorre anche possedere una visione più ampia di questa sfida. Servono fasce boscate intorno alla città, collegamenti ecologici tra i parchi attraverso percorsi verdi e ciclabili, tetti verdi capaci di trattenere l’acqua piovana e mitigare le isole di calore urbane. Soluzioni già sperimentate da anni in diversi Paesi del Nord Europa e che richiedono capacità progettuale, continuità amministrativa, collaborazione tra le diverse forze politiche e il coraggio di innovare. Quando le risorse sono limitate, aggiungono, diventa ancora più importante valorizzare il patrimonio di competenze già presente sul territorio, coinvolgendo stabilmente i professionisti del verde nelle scelte strategiche.

La trasparenza come investimento

C’è infine un ultimo aspetto, forse il più importante. Ogni volta che un albero viene abbattuto si accendono polemiche e proteste sull’onda dell’emotività. Molte potrebbero essere evitate se le amministrazioni rendessero pubbliche le perizie, le schede di valutazione e le motivazioni tecniche che hanno portato a quella decisione. In diversi Paesi europei esistono figure di mediazione che affiancano le amministrazioni, traducendo il linguaggio tecnico in informazioni comprensibili ai cittadini e alle associazioni. La trasparenza, spiegano gli esperti, non è soltanto uno strumento di comunicazione: è il presupposto per costruire un patto di fiducia tra chi amministra e la città. Anche la manutenzione può essere ripensata. Viene rilanciata, ad esempio, l’importanza della cosiddetta potatura verde, eseguita in piena estate, operando comunque nel rispetto dell’avifauna, quando la pianta ha completato lo sviluppo fogliare. È il momento ideale per eliminare il secco e alleggerire moderatamente la chioma, consentendo al vento di attraversarla con minori sollecitazioni, operando con costi decisamente inferiori rispetto agli interventi più invasivi.

Di fronte a un clima che cambia non esistono ricette semplici. Ma una convinzione accomuna tutti i professionisti interpellati: il vento può essere inevitabile, gli errori umani certamente lo sono meno. E costruire città più resilienti significa proprio questo: imparare a rispettare gli alberi prima che siano loro, durante il prossimo temporale, a ricordarci il prezzo delle scelte compiute negli anni. Il rischio zero, del resto, non esiste e nessun professionista serio può prometterlo e garantirlo. Pretendere di eliminarlo completamente significherebbe rinunciare a una parte fondamentale del patrimonio arboreo delle nostre città. La risposta non può essere abbattere preventivamente tutti gli alberi di alto fusto, privando i centri urbani dei benefici ambientali, paesaggistici e climatici che garantiscono. La sfida è un’altra: conoscere meglio gli alberi, gestirli con competenza, programmare la manutenzione, investire nella prevenzione e avere il coraggio di dialogare coi cittadini. Operazione certamente faticosa, ma indispensabile. I cittadini e le associazioni d’altra parte devono poter integrare il loro forte coinvolgimento emotivo con maggiori conoscenze tecniche. Convivere con il verde significa anche accettare una quota di rischio residuale, riducendola il più possibile attraverso scelte tecniche fondate, trasparenza e una visione di lungo periodo.

Jessica Bianchi

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