La strage degli alberi urbani e il mito del rischio zero

Gli alberi rappresentano uno dei più preziosi alleati per la salvaguardia dell’ambiente e della salute umana. Nonostante ciò, vengono abbattuti con una frequenza crescente e spesso con sorprendente leggerezza. Nel suo libro-inchiesta Alberi: fermiamo la mattanza (Terra Nuova Edizioni), la giornalista freelance Linda Maggiori raccoglie studi scientifici, testimonianze di esperti e dati documentati per analizzare le cause di questo fenomeno, smontando luoghi comuni e mettendo in luce gli interessi economici e politici che lo alimentano. Il volume approfondisce temi come l’utilizzo dei fondi del PNRR, la privatizzazione della gestione del verde pubblico e il mercato delle prove di stabilità degli alberi. Affronta inoltre questioni legate al taglio a ceduo, al business delle centrali a biomassa e alla presunta necessità di abbattimenti motivati dalla prevenzione di incendi e alluvioni, mostrando come spesso tali giustificazioni siano fondate su presupposti discutibili. La pressione sugli alberi deriva anche dall’espansione del cemento, dalla speculazione energetica – sia fossile sia legata alle fonti rinnovabili – e perfino da esigenze di carattere militare.

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Gli alberi rappresentano uno dei più preziosi alleati per la salvaguardia dell’ambiente e della salute umana. Nonostante ciò, vengono abbattuti con una frequenza crescente e spesso con sorprendente leggerezza. Nel suo libro-inchiesta Alberi: fermiamo la mattanza (Terra Nuova Edizioni), la giornalista freelance, scrittrice e attivista ambientale Linda Maggiori raccoglie studi scientifici, testimonianze di esperti e dati documentati per analizzare le cause di questo fenomeno, smontando luoghi comuni e mettendo in luce gli interessi economici e politici che lo alimentano. Il volume approfondisce temi come l’utilizzo dei fondi del PNRR, la privatizzazione della gestione del verde pubblico e il mercato delle prove di stabilità degli alberi. Affronta inoltre questioni legate al taglio a ceduo, al business delle centrali a biomassa e alla presunta necessità di abbattimenti motivati dalla prevenzione di incendi e alluvioni, mostrando come spesso tali giustificazioni siano fondate su presupposti discutibili. La pressione sugli alberi deriva anche dall’espansione del cemento, dalla speculazione energetica – sia fossile sia legata alle fonti rinnovabili – e perfino da esigenze di carattere militare.

Linda, dietro molti abbattimenti lei individua ragioni che vanno oltre la sicurezza: quali interessi o dinamiche ricorrono più spesso?

“Si abbattono alberi per motivi di presunta sicurezza, ma a causa dell’esternalizzazione della cura del verde pubblico, i comuni appaltano le verifiche di stabilità a  ditte appaltatrici, talvolta legate a quelle che eseguono gli abbattimenti. Inoltre i comuni non sempre controllano e le imprese fanno tagli eccessivi e potature scorrette, che indeboliscono le piante. A volte è proprio la volontà di accaparrarsi fondi pubblici che contribuisce a far abbattere alberi, penso ai progetti PNRR che prevedono la riqualificazione di una piazza o un viale, e considerano gli alberi adulti come meri arredi urbani, come vecchie panchine da cambiare. Inoltre dietro al taglio stradale e lungo i fiumi, c’è tutto il business delle centrali a biomassa alle quali viene venduto il legname”.

Quanto pesa la privatizzazione della gestione del verde pubblico nelle decisioni sugli abbattimenti? 

“Moltissimo, come detto prima. A causa dell’esternalizzazione dei servizi, non esistono più giardinieri comunali, tutto viene appaltato, la manutenzione e la cura del verde sono in appalto. Potature scorrette, perizie tese all’abbattimento, oppure incuranza degli alberi da poco piantati”.

In che modo i fondi del PNRR possono trasformarsi, secondo lei, da opportunità a rischio per il patrimonio arboreo? 

“Quando ci sono progetti tesi alla costruzione di nuovi edifici sul verde pubblico anziché alla loro ristrutturazione, quando i progetti sono frettolosi, fatti solo per accaparrarsi i fondi prima che il bando scada, quando le amministrazioni non tengono conto delle alberature esistenti, né permettono alle comunità di partecipare alle decisioni. Nel libro racconto molti esempi di questo tipo”.

Come si possono conciliare sicurezza e tutela del verde?

“Basterebbe partire dalle statistiche. In Italia ci sono 12.743 decessi per bolle di calore (dati 2023) e oltre 53.000 decessi a causa delle polveri sottili. Ma appena 6 decessi da caduta di alberi, spesso danneggiati da potature maldestre. Bolle di calore e polveri sottili che vengono ridotte dagli alberi. Nell’articolo scientifico The mortality impacts of greening Italy che ho citato nel libro, si legge che, in ambito urbano e in quartieri residenziali, aumentando del 25% la copertura arborea entro 300 metri dalle abitazioni, si potrebbero prevenire da 21.000 a 42.000 morti l’anno (in media quindi 28.000 morti)”.

In quali casi tagliare del verde maturo è realmente necessario?

“Solo quando sono ad alto rischio di cedimento, ma servono perizie e prove di trazione a dimostrarlo, salvo il caso in cui un albero sia chiaramente secco, ovviamente. Spesso però gli alberi vengono abbattuti non perché sono davvero ad alto rischio di cedimento ma per fattori poco rilevanti, spesso con perizie frettolose. Gli alberi hanno meccanismi unici e formidabili per adattarsi alle condizioni in cui vivono e per convivere con cause esterne che potrebbero minarne la sopravvivenza. E questo non lo dico io, ma gli agronomi che ho intervistato”.

Spesso agli abbattimenti segue la messa a dimora di nuovi alberi. Perché, dal punto di vista ecosistemico e climatico, un albero maturo non può essere considerato equivalente a una giovane piantumazione?

“Come spiego nel libro, la capacità di rimuovere CO dall’atmosfera e stoccare carbonio aumenta con l’età. Tutto ciò ci fa capire come nessun albero possa considerarsi “a fine ciclo”, come si sente spesso dire, poiché finché vive porta benefici crescenti. Come sottolinea Marco Dinetti, responsabile ecologia urbana della Lipu, «il concetto di fine ciclo è una errata trasposizione degli approcci produttivi ed economici tipici della gestione forestale. Il verde urbano deve dare benefici ecosistemici a umani e animali in città, quindi più sono grandi gli alberi meglio è». Eppure gli abbattimenti sono sempre più frequenti, anche in un’ottica (distorta) di prevenzione dei fenomeni meteorologici ed ecologici estremi e di rincorsa alla sicurezza totale. Si abbattono alberi in città per paura del vento, lungo i fiumi per paura delle inondazioni, e in montagna per paura degli incendi. Nel libro smonto uno ad uno questi pregiudizi. Le stesse statistiche sulle morti a causa di alberi o rami caduti ci dicono che si tratta di eventi molto rari, circa sei morti l’anno, equiparabili alle vittime dei fulmini. Peraltro, quasi sempre gli alberi che cedono e crollano sono stati indeboliti da maldestre potature e danni alle radici”.

Cosa può fare concretamente un cittadino quando viene annunciato un abbattimento nel proprio quartiere e vuole capire se è davvero necessario?

“La rete ONDA (Organismo Nazionale Difesa Alberi), nata nel 2024 e composta da circa 170 comitati, offre supporto e indicazioni in merito. Ai cittadini consiglio in primis di fare foto, capire se gli abbattimenti o le capitozzature interessano suolo pubblico (strada, parco, giardino comunale), se l’albero era effettivamente già secco. Se i lavori sono in corso, verificare sempre la presenza di un cartello di cantiere, visto che i cartelli di cantiere, con nome ditta, ente committente sono obbligatori. Fare un accesso generalizzato agli atti (tramite PEC al comune) per avere le perizie, formare un comitato, oppure cercare appoggio e consiglio nei comitati ambientalisti esistenti, fare pressione con raccolta di firme. Ricordiamo la Sentenza del Consiglio di Stato 27 ottobre 2022, n. 09178, che ha messo nero su bianco che “gli alberi vanno tutelati e non se ne può ordinare l’abbattimento d’urgenza se non si dimostra che è proprio indispensabile per la pubblica incolumità” “il cosiddetto ‘rischio zero’ di caduta di un (qualsiasi) albero non esiste”, quindi non si può abbattere un albero per rincorrere il rischio zero”. 

Infine, quali specie arboree ritiene più importanti per rendere le città resilienti al cambiamento climatico?

“Tutti gli alberi sono importanti, basta che li lasciamo vivere, gli diamo spazio e non li cementifichiamo fino al colletto. Ognuno ovviamente è più adatto in un determinato territorio ed ecosistema. Gli alberi sanno esattamente cosa fare se noi glielo permettiamo”.

Nelle pagine conclusive, il libro offre una preziosa mappa dei comitati e delle associazioni che, in tutta Italia, si impegnano per la tutela del patrimonio arboreo. Un testo importante per chi desidera informarsi, comprendere le dinamiche in gioco e contribuire attivamente alla difesa degli alberi.

Jessica Bianchi

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