Sorvolando Michael…

Nelle sale cinematografiche (a Carpi al Cinema Corso) è arrivato l’attesissimo Michael. A impersonare il mito del pop Michael Jackson è Jaafar Jackson, suo talentuosissimo nipote che non si cimenta in una semplice imitazione bensì in una meticolosa ricostruzione dell’inarrivabile zio. La recensione di Ivan Andreoli.

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Partiamo da chi scrive, che per ragioni anagrafiche è cresciuto col rock Anni ’70 e non è stato propriamente un fan di Michael Jackson. Tuttavia penso di aver colto di quel personaggio e di quella stagione musicale ciò che più mi ha colpito: alcuni video-clip, il talento dimostrato nell’interpretazione vocale, nelle performance coreografiche e nella magistrale capacità di scivolare su qualsiasi superficie, fosse asfalto o un lucido palcoscenico. Ho apprezzato la sua  musica che si allontanava dalla disco per coniare un nuovo genere dove la ritmica estrema la faceva da padrone e la melodia era affidata quasi esclusivamente alla voce, alle parole, alle storie raccontate. Quindi una certa curiosità di conoscere, in un film, un artista che non avevo seguito con particolare interesse ce l’avevo. In generale le biografie (musicali) mi attirano. Ho apprezzato molto Bohemian Rapsody di Bryan Singer (2018), abbastanza Rocketman di Dexter Fletcher (2019), moltissimo Springsteen: Liberami dal nulla di Scott Cooper (2025) e altrettanto A Complete Unknown di James Mangold (2025) sul giovane Bob Dylan interpretato da Timothée Chalamet. E’ con questi occhi e questa storia alle spalle che vado a curiosare gli schermi per vedere se imparo qualcosa in più o se trovo ciò che a volte cerco.

Dopo questa (privata) premessa veniamo a Michael. Se vi attardate anche sui titoli di coda ascolterete per intero i 127 minuti di intenso, piacevole itinerario musicale che spazia nell’arco di un ventennio: da fine Anni ’60 a fine Anni ’80 del Novecento. Infatti il regista parte dai Jackson 5, prima formazione musicale in cui il piccolo Michael sfoggia un infantile talento con la sua voce acuta e capace di una estensione notevole. Ma per quel bambino, il più giovane dei fratelli, non è un’inizio indolore, nel vero senso della parola. Incombe un padre autoritario e violento, che cercherà di esercitare il suo potere oltre ogni ragionevole limite, anche temporale, quando Michel sarà adulto e pop-star affermata. La descrizione dell’infanzia è sufficientemente accurata, dove scopriamo il bambino rifugiarsi in se stesso, al riparo dal padre, e sfogliare un libro: Peter Pan, che resterà la cornice dell’intera sua esistenza. Guarda alla tv Cantando sotto la pioggia, scrutando i passi di danza e si diverte davanti a Tempi moderni di Charlie Chaplin. Immagini condivise da molti bambini nel mondo ma che in lui restano a covare una solitudine sofferta e mai superata. Il film procede per stacchi temporali scanditi dalle date dei suoi progressi verso il successo. Viene notato da un manager della Motown Record, storica casa discografica che ha privilegiato il Rhythm&blues e la musica nera con artisti come Marvin Gaye, Diana Ross e poi Steve Wonder. Nel 1959 produce il primo singolo dei Jackson 5 e con quella etichetta il gruppo scala le classifiche americane e internazionali. Poi sarà l’incontro con Quincy Jones a far spiccare il volo definitivo all’enfant-prodige del Pop che poi intraprende la carriera da solista. Molto significativa la scena dove questo passaggio viene mostrato, perché testimonia allo stesso tempo timidezza e decisione di una persona fragile, combattuta, problematica, ma consapevole che quella sudditanza famigliare dev’essere superata. Per un’improvvisa associazione di idee mi è sobbalzato alla mente un altro film: Padre padrone dei Fratelli Taviani (1977). Poi riflettendoci a luci accese ho convenuto che quel pensiero non era poi così bizzarro e il parallelismo pertinente. Il film gioca sull’antagonismo padre-figlio. L’opposizione di una figura antagonista, a quella protagonista è del resto una delle caratteristiche immancabili e consolidate di qualsiasi costruzione drammaturgica. Peccato però che non ci sia un adeguato approfondimento sulle cause e sulle psicologie dei due personaggi contrapposti. La sceneggiatura sembra darla per scontata. Il conflitto è un dato di fatto, punto. Saltiamo agli Anni ’80 e un momento che ho particolarmente apprezzato è la ricostruzione del set del mini-film di Thriller (1983), diretto da John Landis reduce dal suo Lupo mannaro americano a Londra (1981). Cortometraggio bellissimo e costosissimo, di una efficacia e novità assoluta. Lontanissimo dai tradizionali videoclip che trasmetteva a ritmo continuo MTV. A questo proposito molto azzeccata la scena dove Micheal chiede ostinatamente e giustamente che i suoi pezzi siano trasmessi da quell’emittente che all’epoca escludeva i cantanti di colore. Avrei desiderato anche qui un approfondimento, perché Michael ha collaborato anche con George Lucas, Martin Scorsese e Steven Spielberg. Anche il cinema, oltre la musica, gli deve molto. A impersonare Michael è Jaafar Jackson, suo talentuosissimo nipote che non si cimenta in una semplice imitazione bensì in una meticolosa ricostruzione dell’inarrivabile zio. Quando lo si vede ballare come se levitasse a un millimetro da terra, senza attrito di sorta, ha del miracoloso. Bravissimo anche Juliano Krue Valdi, nei panni del piccolo Jackson, che canta come solista, davanti ai quattro fratelli musicisti. Ottimi anche gli altri interpreti, e citiamo fra tutti, doverosamente, solo Colman Domingo, che presta corpo e volto minacciosi alla figura paterna.

Antoine Fuqua, regista e produttore statunitense ha iniziato la sua carriera proprio coi video musicali per poi debuttare nel lungometraggio nel 1988 privilegiando l’action-movie. Qui sembra aver fretta di confezionare il suo Michael. Gli basta accarezzare personaggi ed episodi, restare un po’ in superficie e si ferma alla fine degli Anni ’80, a quell’album celebrato: Bad, settimo in discografia e ultimo prodotto da Quincy Jones. Chissà se il produttore Graham King, lo stesso di Bohemian Rapsody, abbia suggerito la troncatura netta del racconto, evitando almeno per il momento il finale problematico e controverso della parabola del mito del pop, per assicurasi così la possibilità di un sequel.

Ivan Andreoli

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