Referendum, “la strategia comunicativa ha avuto un effetto boomerang”

Simone Tosi, ex assessore e portavoce del Sindaco Bellelli, è oggi professionista del mondo della comunicazione politica ed istituzionale, co-fondatore e partner di Propaganda: “si è mossa la società civile nel suo complesso”

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A suo modo, anche il referendum sulla giustizia resterà negli annali della politica italiana. Come ogni referendum verteva su questioni tecniche ed è stato trasformato in uno scontro politico capace di mobilitare un’opposizione diffusa che i partiti del campo largo da soli non sarebbero riusciti a radunare. Sui tecnicismi ha vinto l’emozione. A pesare sono state le strategie comunicative. “Con un effetto boomerang quando il Ministro Nordio e la Premier Meloni hanno scelto di “metterci la faccia” spiega Simone Tosi, ex assessore e portavoce del Sindaco Bellelli, oggi professionista del mondo della comunicazione politica ed istituzionale, co-fondatore e partner di Propaganda, la nuova realtà della comunicazione nata dalla collaborazione con una rete di professionisti tra cui Dario De Lucia.

Un referendum tecnico trasformato in plebiscito ‘emotivo’. Quanto ha pesato la strategia comunicativa?

Ha pesato moltissimo, ma con un effetto boomerang. Quando il Ministro Nordio e la Premier Meloni hanno scelto di “metterci la faccia”, hanno commesso l’errore tattico di spostare il baricentro dai tecnicismi della giustizia al peso del Governo. Cercavano una mobilitazione identitaria per blindare la propria linea, ma il risultato è stato l’opposto: hanno trasformato il voto in un test di gradimento sull’esecutivo, finendo per mobilitare più i propri avversari che la propria base.

Sondaggi sconfessati dall’affluenza. Quale messaggio ha generato questa mobilitazione?

I sondaggi avevano colto la crescita del “No”, ma hanno fallito nel prevedere la magnitudo della partecipazione. Vedere un’affluenza referendaria superiore a quella delle ultime politiche è un dato che deve far riflettere: è un caso rarissimo nella storia repubblicana. Credo che la vera “variabile impazzita” sia stata la Generazione Z. I giovani hanno percepito il voto come un atto di cittadinanza attiva e non come una semplice scelta tecnica; questa spinta sotterranea è rimasta invisibile ai radar dei sondaggisti fino all’apertura delle urne.

Chi si è radunato intorno al “No”? Non sembrano solo voti di sinistra…

I numeri parlano chiaro: il “Sì” ha raccolto voti in linea (o poco più) con la somma dei partiti di governo, ma il “No” è andato ben oltre il perimetro del centrosinistra. Si è mossa la società civile nel suo complesso. Questo referendum ha toccato corde profonde, riportando alle urne persone che avevano rinunciato al voto da oltre un decennio. È stata una mobilitazione politica nel senso più nobile del termine, non una semplice conta partitica.

Le dimissioni post-voto puntano a riconquistare consensi?

È il classico tentativo di dire “abbiamo capito la lezione”, ma strategicamente lo trovo un errore. Conferma, infatti, che il referendum era politico e non tecnico, smentendo la narrazione iniziale. Il vero nodo è comunicativo: la Meloni ha costruito il suo successo sull’immagine dell’underdog, dell’estranea al sistema. Oggi però lei è il sistema, e questa narrazione sta perdendo credibilità. Sarà interessante osservare come proverà a reinventarsi ora che non può più giocare “in contropiede”.

Meloni da Fedez: cosa ne pensa di questa novità?

Una mossa comunicativa notevole, forse più vantaggiosa per Fedez che per la Premier. Si è parlato per giorni del contenitore e dei protagonisti più che dei contenuti. È il segno dei tempi: la politica cerca legittimazione dove risiede l’attenzione del pubblico, ma il rischio è che la forma finisca per cannibalizzare completamente la sostanza.

Il centrosinistra ha avuto una comunicazione più efficace?

In realtà, non credo ci sia stata una regia centrale del centrosinistra. Se chiedessimo a un elettore medio uno slogan o un manifesto del fronte del “No”, probabilmente non saprebbe citarlo. La comunicazione non è passata per i canali classici (manifesti, spot), ma attraverso discussioni orizzontali in micro-gruppi e social network. Più che per meriti del centrosinistra, credo che il referendum sia stato perso dal Governo per una gestione autolesionista della campagna.

Si profilano elezioni anticipate?

Dal punto di vista della comunicazione, il Governo potrebbe essere tentato di cercare una riconferma immediata per “curare” la ferita del referendum. Tuttavia, il rischio è altissimo perché il risultato non è affatto scontato. Politicamente parlando, il centrosinistra è ancora troppo disarticolato per rappresentare un’alternativa pronta, il che paradossalmente potrebbe essere l’unica vera rete di sicurezza per l’attuale maggioranza.

Quale lezione per la realtà locale di Carpi?

A Carpi, come altrove, il dato che colpisce è la mobilitazione dei giovanissimi. Per anni i giovani sono stati considerati un target elettorale marginale perché poco motivato. Questo paradigma è andato in frantumi. Chiunque oggi faccia politica a livello locale deve capire che esiste una nuova energia che non si intercetta con le vecchie logiche di partito, ma con temi che toccano la sensibilità reale delle nuove generazioni.

Le manca la politica attiva? Un consiglio per chi è “in campo”?

Sinceramente? No. È stata un’esperienza formativa straordinaria che mi ha dato gli strumenti per affrontare il mercato del lavoro oggi, ma credo fermamente che ogni stagione abbia i suoi protagonisti. Non mi sento di dare consigli, se non citando ciò che mi disse un vecchio militante quando iniziai: “Le scope nuove spazzano meglio di quelle vecchie”. Il mio tempo in quel ruolo è passato, ed è giusto lasciare spazio a nuove energie con piena fiducia.

S.G.

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