“Questo è lo spazio giusto tra territorio e domicilio. È il primo risultato di una nuova visione della sanità modenese”. Mattia Altini, direttore generale dell’Ausl di Modena, sintetizza così il ruolo dell’Ospedale di Comunità di Carpi, struttura da 20 posti letto nata dal trasferimento dell’OsCo che, durante il periodo Covid, era stato collocato a Novi. “È un pezzo della transizione – prosegue Altini – l’altro è guardare all’ammodernamento della rete dei servizi. Avere l’umiltà di domandarsi se ciò che si fa è il modo migliore per realizzarlo. Lavorando sempre insieme, uniti da un obiettivo comune”. In nove mesi, fino al 30 settembre, sono stati accolti 292 pazienti, con una degenza media di circa due settimane. L’86% è entrato entro sette giorni dalla richiesta, con un’attesa media di cinque giorni. Il 58% dei pazienti è stato inviato dalla Centrale operativa territoriale di Carpi, mentre il 54% degli ingressi ha riguardato persone provenienti dall’area ortopedica e traumatologica. Nel 69% dei casi l’obiettivo assistenziale era la riabilitazione. Numeri che, per Chiara Benedetti, direttrice sanitaria dell’Ospedale di Comunità, raccontano soprattutto una funzione precisa: quella di accompagnare la persona nelle transizioni tra i diversi livelli di cura. “L’Ospedale di Comunità si colloca all’interno della rete delle cure territoriali e ha un ruolo fondamentale nell’accompagnare i pazienti nei diversi setting assistenziali e nelle varie transizioni di cura. Si tratta di percorsi nei quali la persona deve essere seguita non soltanto dal punto di vista sanitario, ma anche sotto il profilo relazionale, perché i pazienti hanno bisogno di essere accompagnati in tutte le fasi del percorso”. Una funzione che, con il trasferimento a Carpi dall’estate dello scorso anno, “ha assunto quindi una posizione molto rilevante per tutto il territorio. La sua caratteristica principale è l’approccio multidisciplinare al paziente, insieme all’appropriatezza del percorso di recupero e alla tutela di tutte quelle autonomie che possono essere recuperate all’interno di una struttura intermedia prima del ritorno a domicilio”. L’obiettivo, sottolinea Benedetti, è fare in modo che il rientro a casa non coincida con una brusca interruzione dell’assistenza, “grazie alla presenza e alla collaborazione di tutte le figure professionali che si intersecano nel percorso di cura del paziente. Credo che l’Ospedale di Comunità possa davvero fare la differenza, anche perché è una struttura in continua evoluzione, che si adegua ai nuovi decreti legislativi e cerca di rispondere alle problematiche che possono emergere nel passaggio tra ospedale e territorio”. Infermiere, operatori sociosanitari, fisioterapisti e medici lavorano quindi all’interno di un percorso condiviso, costruito sulla situazione del singolo paziente. E proprio la continuità è, per Benedetti, uno degli elementi qualificanti. “Con tutto lo staff dell’Ospedale di Comunità e con le realtà che ruotano attorno alla struttura, quindi ospedale e territorio, puntiamo a garantire qualità nelle transizioni. Ed è proprio questo, secondo me, a fare la differenza per il paziente: la possibilità di sentirsi accompagnato durante il passaggio da un livello di cura all’altro”. In nove mesi di attività sono stati dimessi circa 300 pazienti, con una degenza media di 14,8 giorni. “Mi piace sottolineare che non si tratta semplicemente di un periodo di degenza, ma di un vero e proprio percorso di transizione di cura. Il target prevalente è quello riabilitativo: pazienti che hanno bisogno di un periodo di riattivazione motoria all’interno dell’Ospedale di Comunità oppure, più semplicemente, di garantire una continuità terapeutica tra ospedale e territorio e anche tra territorio e territorio. Anche sotto questo profilo l’Ospedale di Comunità riesce a svolgere una funzione importante”.
La struttura dispone di sette camere doppie e sei singole, per un totale di 20 posti letto, oltre a una palestra e a un open space con le postazioni infermieristiche. È collocata al secondo piano della Cra Il Carpine, in prossimità dell’Ospedale Ramazzini e degli altri servizi sanitari del territorio. La sede è stata realizzata nell’ambito della riqualificazione della Cra, sostenuta dal Comune di Carpi con un investimento di 317mila euro. Il sindaco Riccardo Righi sottolinea proprio la collaborazione tra istituzioni.
“Grande esempio di collaborazione istituzionale, ricordo infatti che l’OsCo è stato un investimento interamente coperto dal Comune a favore della rete territoriale assistenziale dell’azienda sanitaria. Questa struttura accompagna le persone nel proprio percorso di cura e allo stesso tempo alleggerisce il carico dell’ospedale Ramazzini”. Ma per il sindaco il punto non è soltanto il risultato raggiunto. “Non ci si deve fermare qua, al contrario occorre guardare al futuro cercando di rendere l’offerta sanitaria più dinamica soprattutto a fronte dei grandi cambiamenti sociali a cui stiamo assistendo, a partire da quello demografico”. Una sfida che passa anche dalla capacità della rete territoriale di intercettare bisogni sempre più complessi e di evitare che il passaggio dall’ospedale alla casa si trasformi in un vuoto assistenziale. In questo spazio si colloca l’Ospedale di Comunità, il cui responsabile clinico è il dottor Andrea Ternetti, mentre la coordinatrice della struttura è l’infermiera Giusta Greco: non un reparto ospedaliero, ma una struttura intermedia pensata per accompagnare il paziente verso il successivo livello di cura e, quando possibile, verso il ritorno a casa.
Jessica Bianchi
























