Una mamma in Dad: giorno 1 di… (?)

La testimonianza di una mamma lavoratrice che, tra il serio e il faceto, racconta la didattica a distanza.

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2017

Maestra, perché hai preso il virus? 

Maestra, ho la pipì! Posso andare in bagno? Anzi no ci vado tra un attimo perché adesso c’è andata la zia. Te l’ho detto che la zia ha un bimbo nella pancia?

Maestra, quando facciamo ricreazione?

Maestra, uso la matita grigia o rossa? Hai detto rossa? 

Maestra, ma dobbiamo stare qui 8 ore?

Ricky, guarda la mia pista hotwheels! 

Ciao Frenci! Ciao Giulia! Ciao Fede!

Intanto, in sottofondo, sottovoce:

Fabrizio, la maestra ha detto VERSO, non PERSO. Correggi, dai.

Bea, cancella e riscrivi, la maestra ha detto di saltare 2 quadretti, non 15..

Un monumento alla Maestra. Una statua in marmo accanto a quella di Manfredo Fanti. Oppure intitoliamole una via, non periferica mi raccomando: “Via della Mestra in Dad”. Sottotitolo: “Spegnete i microfoni”

Primo giorno di Didattica a distanza (era questione di tempo,  un po’ di Dad tocca a tutti, non mi facevo illusioni) in prima elementare.

E tu, mamma lavoratrice abituata a lasciare il 6enne al pre-scuola alle 7.45 e recuperarlo la sera dopo le 19 dai nonni, ti ritrovi tra il pubblico non pagante di questa improvvisa (per quanto prevedibile e attesa) nuova quotidianità. 

Per quanto possibile (leggi: escludendo gli interventi per spegnere il microfono o per chiudere finestre che compaiono sul schermo ogni volta che il ditino lo sfiora) osservo da fuori la scena, che 2 anni fa sarebbe stata fantascienza. E ancora una volta mi stupisco della capacità di adattamento di questi bimbi, che si immergono nella novità con naturalezza. Aprono il quaderno, ascoltano, alzano la mano per rispondere, eseguono le consegne. Certo, la concentrazione dopo la prima ora va scemando, ma a me sembra già un risultato epico.

La mia stima per le maestre, che già sfiorava la santificazione, se possibile aumenta. Ché io dopo 3 minuti di domande a raffica e vocine stridenti e sovrapposte avrei lanciato un grido degno di Tarzan e mi sarei dileguata con una scusa qualsiasi. 

Per inciso, enorme stima anche per la rappresentante di classe. Una via pure a lei.

Resta l’impressione di un gruppo in cui tutti fanno  del loro meglio, ciascuno nel suo ruolo e per le proprie caratteristiche. Vedo una solidarietà e un mutuo soccorso che mi rincuorano, se li paragono alle polemiche che leggo sui social. Facciamo, tutti uniti, buon viso a cattivo gioco.

Ma, ecco, credo non ci siano dubbi sul fatto che sia a tutti gli effetti un cattivo gioco. Cattivissimo. Per tutti gli attori, che pur si sforzano di sorridere cercando di limitarne i danni.

Roberta Maini