Carpi non è un paese per ciclisti (con pupo al seguito)

“Chi ha disegnato la mobilità ciclabile a Carpi, negli ultimi vent’anni, è qualcuno che la bicicletta la usa solo la domenica e in un velodromo (e sicuramente non con un bambino a bordo)”. L’intervento di Lorenzo Paluan.

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In questi giorni ho avuto la possibilità di accompagnare mio figlio al suo primo allenamento di rugby, al campo che si affaccia su via dell’Industria, in bicicletta, attraversando Carpi dalla zona Due Ponti fino alla fine del mondo urbano civile, rappresentato dalla rotonda di via dell’Industria.

Essendo la sua “14 pollici” decisamente non sicura per percorsi stradali, carico la prole su regolare seggiolino, munito di cintura.

Partenza dal quartiere Due Ponti, ottima ciclabile, peccato che per attraversare via Lucrezio il codice della strada vorrebbe che, 1 minuto dopo aver caricato il pupo, aver chiuso la cintura ed essere salito sulla bici, io mi fermassi davanti a strisce solo pedonali, sganciassi e scaricassi la creatura, scendessi a mia volta dalla bici, attraversassimo a piedi la strada e, una volta sull’altro lato, rimontassi in bici, agevolassi la salita del passeggero, agganciassi la cintura e ripartissimo. 

Pochi metri e siamo al sottopasso di via Cimitero Israelitico.
Ok, è stato costruito nel secolo scorso, la sensibilità per la mobilità ciclabile non c’era, ecc. ecc. fatto sta che, a meno di non voler ripetere le operazioni di cui sopra dopo solo cinquanta metri e fare tutto il sottopasso a piedi sullo strettissimo marciapiede, sperando di non incrociare nessun pedone dal lato opposto, ci si fionda giù per la discesa, si arriva sul fondo del sottopasso con asfalto perennemente dissestato e con una costante pozza d’acqua (praticamente in bici un vibromassaggio con jacuzzi, vuoi mettere!?), poi si risale, a pelo con il marciapiede e le auto che ti sfrecciano al fianco.

E arriva la rotonda di via Camilla Pio. Ci si deve allargare un po’ sulla destra per imboccare il passaggio pedonale (in teoria, fermarsisganciarsiscenderecamminarerisalireriagganciarsi), per poi fare qualche decina di metri in una ciclopedonabile, confortevolmente protetta da un terrapieno. Non male, se non ci fossero pedoni che girano appaiati e magari con cani al guinzaglio, teso per l’intera larghezza della pista, ma vabbè, è una questione di civiltà, ci arriveranno anche i pedoni carpigiani, prima o poi.

Via Aldo Moro: le nuove corsie ciclabili disegnate sull’asfalto fanno il loro dovere (alcuni automobilisti un po’ meno), al ritorno, nel tratto davanti all’ACI e alla pasticceria, le auto pensano di potersi mettere in doppia corsia al semaforo, ovviamente occupando il posto riservato alle bici perché in realtà quella non è una strada a doppia corsia per senso di marcia, obbligando le bici a escursioni sul marciapiede (peraltro non in perfette condizioni).

Via Carlo Marx, un po’ si respira, c’è posto perché le auto non ti sfreccino raso al gomito.

Via Lenin: la ciclabile è separata da sede stradale e marciapiede, ma strettissima per garantire qualche posto alle onnipresenti auto e il suo utilizzo dipende dalla cortesia delle attività e residenti che vi si affacciano nel non occupare la ciclabile per manovre e stazionamenti più o meno temporanei.

Incrocio con viale dei Cipressi (ma vale anche per l’incrocio con via Roma): il tempo per l’attraversamento pedonale e ciclabile è ridotto rispetto a quello delle auto. In effetti se uno dovesse andare al lavoro, perché dovrebbe utilizzare il mezzo che più viene sacrificato in termini di tempo ai semafori?

Via nuova Ponente. Finalmente, qualche centinaio di metri di “autostrada ciclistica”, come dovrebbe essere. 

Fantastica. 

Poi si arriva all’incrocio con via Bruno Losi. Dal sogno si passa all’incubo di un attraversamento, di nuovo solo pedonale (fermarsisganciarsiscenderecamminarerisalireriagganciarsi), oppure si confida nella gentilezza delle auto che si fermano anche se stai palesemente violando il codice della strada. Si passa davanti al bocciodromo e alla pista d’atletica, si svolta in via dell’Industria (e grazie agli dei quella non è da attraversare), si arriva all’ingresso del campo da rugby.

20 minuti scarsi, pedalando con calma, con almeno tre o 4 violazioni del codice della strada, 40 minuti se si dovesse effettivamente a ogni passaggio solo pedonale sganciarefarscenderescendereattraversarerisalirefarrisalireagganciare il pupo. 

In sintesi, nonostante gli ultimi felici interventi come quelli di via Nuova Ponente e via Ugo da Carpi, dove finalmente si è capito che l’unico modo per avere una mobilità ciclabile alternativa e vantaggiosa  sta nel TOGLIERE spazio alle auto, l’impossibilità di attraversare le tangenziali (e anche parecchi incroci minori) in sella alla propria bici, è la prova provata che chi ha disegnato la mobilità ciclabile a Carpi, negli ultimi vent’anni, sia qualcuno che la bicicletta la usa solo la domenica e in un velodromo (e sicuramente non con un bambino a bordo). 

Lorenzo Paluan