La nostra quarantena lontani dall’Italia

Giovanni Cavazza, Chiara Contini e Vittorio Albertazzi, tre giovani carpigiani che vivono rispettivamente a Londra, Èguilles e Barcellona, raccontano come stanno vivendo la loro quarantena lontani dall’Italia e dalle loro famiglie.

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Alcuni di loro avrebbero voluto tornare in Italia per far visita a parenti e amici per le vacanze di Pasqua, ma di fatto sono bloccati all’estero, chiusi nei loro Stati e nelle loro città, proprio come accade a noi in Italia.

Giovanni Cavazza, Chiara Contini e Vittorio Albertazzi sono tre giovani carpigiani che si sono trasferiti rispettivamente a Londra, a Èguilles (in Provenza) e a Barcellona.

In un’intervista ci hanno raccontato come stanno vivendo la quarantena da Coronavirus lontano dai loro affetti, esprimendo le loro preoccupazioni ma anche le loro speranze.

“Avrei voluto tornare a Carpi per Pasqua – racconta Giovanni Cavazza che lavora nella filiale di JP Morgan Chase & Co. di Londra – ma tutti i voli sono stati cancellati e per il momento è impossibile spostarsi. Vedere ristoranti e pub chiusi in una metropoli economica e turistica come Londra fa un po’ impressione, ma sono consapevole che si tratta di una condizione simile al resto del mondo. Sto continuando a lavorare da casa e, per ora, lo smart working procede bene anche se mi manca la compagnia dei miei colleghi. Fortunatamente non vivo completamente da solo ma con un coinquilino. Esco solo per fare la spesa e per fare un po’ di sport nei parchi, dato che qui a Londra non ci sono ancora restrizioni riguardo alle attività all’aperto. Il timore che abbiamo un po’ tutti è che il National Health Service (NHS), ovvero il sistema sanitario nazionale in vigore nel Regno Unito non sia pronto a sostenere un’ondata di casi e perciò dobbiamo cercare anche qui il processo di diffusione del virus”.

Come stai vivendo la distanza dai tuoi genitori?

“Sono più preoccupato io per loro che viceversa considerato che entrambi stanno continuando a lavorare fuori casa e sono quindi esposti a un rischio maggiore. Non vedo l’ora che la situazione si sblocchi e di poter far un salto a casa”.

Chiara Contini, invece, da alcuni anni vive a Éguilles, un piccolo paese collinare vicino a Aix-en-Provence nel sud della Francia, dove si è sposata con un ragazzo francese.

“Io e mio marito siamo confinati dal 17 marzo, giorno in cui il governo francese ha adottato restrizioni severe per contenere il contagio del Covid 19. Possiamo uscire di casa solo per acquistare beni di prima necessità, per motivi professionali, medici familiari, convocazioni giudiziarie o amministrative, per partecipare a missioni d’interesse generale o per fare esercizio fisico (della durata massima di un’ora) nel raggio di un chilometro da casa. Fortunatamente, nel paese in cui viviamo i casi di Coronavirus sono per ora minimi”.

Nel resto della Francia qual è la situazione?

“Gli ospedali francesi si stanno saturando, soprattutto a Parigi e nell’est della Francia, in cui è evidente la carenza di personale infermieristico e di respiratori artificiali. Di conseguenza, alcuni pazienti vengono trasferiti in elicottero o in treno nell’ovest e nel sud della Francia, dove il coronavirus è per il momento meno diffuso”.

Come sono cambiate le vostre abitudini?

“Al momento sto seguendo una formazione in una struttura privata a Marsiglia per riconvertirmi professionalmente e qualificarmi come coach sportiva. La scuola e le palestre in cui si svolge il mio tirocinio sono chiuse, perciò i nostri insegnanti ci inviano lezioni teoriche e programmi di allenamento tramite e-mail. Clément, mio marito, lavora principalmente in smart working e si reca in ufficio due volte alla settimana. La direzione della sua azienda ha preferito salvaguardare la salute dei dipendenti e ha chiuso la maggior parte delle filiali. La sua azienda gli ha fornito tutti gli strumenti necessari per poter lavorare nelle migliori condizioni possibili da casa. Prima della quarantena non eravamo mai a casa, entrambi rientravamo molto tardi dal lavoro e avevamo vite molto dinamiche. Nel nostro paesino in cui quasi tutti si conoscono almeno di vista, ci si scambiava sempre un saluto per strada mentre adesso l’atmosfera è pervasa di paura e diffidenza nei confronti gli uni degli altri, ma cerchiamo di continuare a restare sereni e fiduciosi”.

Pensi che a Carpi ti sentiresti meno sicura che in Provenza dove vivi?

“Per il momento la sensazione qui è di maggiore sicurezza perché nella regione in cui viviamo il numero di contagiati e di morti è inferiore rispetto a quello dell’Emilia-Romagna. Mi dispiace però essere lontana da Carpi, dalla mia famiglia, e di non poter condividere fisicamente con loro questo momento di sofferenza, soprattutto perché alcuni nostri conoscenti sono vittime del covid 19 e sono ancora ricoverati in ospedale. Spero che pian piano il contagio si arresti del tutto e che ognuno possa ritrovare un po’ alla volta le proprie abitudini e le proprie vite. Non sarà facile per la società ripartire, le perdite sono e saranno numerose, umane ed economiche, ma è proprio in questi momenti che occorre fare una prova di coraggio e aiuto reciproco, nel piccolo come nel grande, non ci si può fermare, si può solo andare avanti e agire insieme per costruire ancora”.

E poi c’è Vittorio Albertazzi, 25 anni, laureato in Ingegneria, che da alcuni mesi vive a Barcellona, dove lavora nella filiale spagnola di HP (Hewlett- Packard), la multinazionale statunitense dell’informatica, leader mondiale nella produzione di stampanti.

Com’è la situazione a Barcellona?

“E’ sconvolgente vedere alla televisione le strade e la spiaggia di Barcellona, normalmente affollate di cittadini e turisti, completamente svuotate. Qui in Spagna hanno ritardato e sottovalutato la situazione fino all’ultimo, con almeno una settimana di ritardo rispetto all’Italia, però il blocco è stato totale sin da subito e non a fasi progressive come in Italia. Attualmente i casi sono in forte crescita e gli ospedali sono in crisi. Anche qui tra le categorie più colpite ci sono gli anziani, soprattutto quelli ospitati nelle case di riposo. Sono ormai più di due settimane che lavoro da casa e, a dirla tutta, nel nostro ufficio già da febbraio avevano fortemente limitato gli spostamenti per lavoro. Non è un problema a livello operativo però, come tutti, soffro la mancanza di contatto sociale, di uscire per svagarmi o anche solo per una passeggiata. Mi salva il tetto del mio palazzo, dove posso andare a fare due esercizi per sgranchire un po’ le gambe”.

In che condizione versano gli ospedali?

“I posti letto sono limitati, soprattutto a Madrid dove c’è stato il primo grande focolaio. La sanità spagnola comunque ha una qualità alta, sulla linea di quella italiana. Inoltre, stanno costruendo a tempo record ospedali da campo e molte imprese si sono offerte di contribuire alla produzione di dispositivi medicali. Anch’io, che lavoro nella stampa 3D, sono attivo in questo senso. Sono in pensiero per i miei familiari e per i miei amici a casa, soprattutto perché non posso condividere questa situazione critica insieme a loro. So che comunque sono in buone mani e che il modo migliore per risolvere la situazione è restare a casa e aspettare, anche se psicologicamente diventa sempre più difficile perché siamo tutti abituati a ritmi ben diversi”.

Chiara Sorrentino