La tortura è ancora tra noi

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Spesso si tende a considerare la tortura come una pratica relegata in tempi passati, in un Medioevo oscuro, oppure a latitudini diverse da quelle dei moderni Paesi occidentali. Ma questa è, nel migliore dei casi, un’illusione: da Guantanamo al carcere iracheno di Abu Ghraib, dalla caserma di Bolzaneto a Genova alla morte di Stefano Cucchi, da Giulio Regeni a Federico Aldrovandi, le cronache degli ultimi anni ci riportano un messaggio chiaro: la tortura è ancora tra noi. A esaminarne la genesi e la fenomenologia è stata Donatella De Cesare, docente di Filosofia teoretica presso l’Università La Sapienza e tra le più importanti filosofe italiane. Il concetto di tortura è saldamente connesso a quello di potere, che a sua volta si lega a quello di verità: questa, per così dire, la genealogia che conduce, nell’analisi di De Cesare, dalla convinzione che la verità sia qualcosa che si può possedere, e il cui possesso fornisce potere, fino alle stanze della tortura. “Le scienze matematiche ci restituiscono un concetto di verità intesa come saldo possesso e scoperta, con una realtà data cui il linguaggio, se vero, aderisce. Ma sarà Nietzsche a rovesciare tale concetto, capovolgendolo: è la lingua, ogni lingua, a fornire una prospettiva sul mondo, scegliendo di evidenziare e portare alla luce alcuni elementi piuttosto che altri. Per questo si deve tener presente come la verità non possa intendersi come un possesso permanente, né assoluto, né definitivo”. Ma è proprio la concezione di verità che invece la considera come qualcosa da afferrare a poter rendere possibile il sistema della tortura: “Etimologicamente, inquisire significa ‘cercare dentro’, ed è questo che l’inquisitore, o il carnefice, cercano, ovvero una verità che sia custodita dal torturato al proprio interno. L’inquisizione si configura dunque come una tecnica di apertura e rovesciamento, anche fisico, attraverso l’aggressione della carne del soggetto. D’altra parte, se ci riflettiamo, non è un caso che si utilizzi il termine ‘sviscerare’, letteralmente cavare le viscere, per indicare l’esame approfondito di una questione”. Tuttavia, anche quando viene confessata, la verità del torturato viene sempre ritenuta incompleta. “C’è sempre qualcosa di ulteriore che viene tenuto nascosto, non rivelato. Ma allora si comprende come il fine ultimo della tortura non sia tanto il reperimento della verità, sulla cui efficacia avevano espresso seri dubbi già Socrate, Platone e Agostino, sebbene questa argomentazione serva a sgravare il carnefice dalle sue responsabilità. Non può servire a questo, perché la tortura, oltre a non essere affidabile come strumento di reperimento della verità, svuota il linguaggio, sia quello del torturato, ridotto a mera carne gemente, che del carnefice, le cui parole vogliono terrorizzare, sottomettere, colpire. Tuttavia la tortura non serve neppure per uccidere, perché la morte del soggetto significa il fallimento del carnefice, il cui compito è invece quello di prolungarne il più possibile l’agonia. Nella tortura emerge il legame indissolubile tra possesso e potere. Il carnefice vuole ridurre l’altro a mera carne, in totale balia dei suoi atti, per provare un senso di illimitato potere. Ma questo risultato è il prodotto degli effetti devastanti di una concezione della ricerca della verità non come ricerca dialogica da compiere insieme, ma come possesso da strappare all’altro”. Ed è tale brama di possesso di verità, che si fa desiderio di possedere il potere, a trasformare un uomo in un essere gemente, ridotto alla sua mera carne: oggetto possedibile, su cui esercitare un illimitato potere.

Marcello Marchesini

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