Il dubbio è la forma massima di ricerca della verità

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Una democrazia critica: questa la tipologia di regime che Gustavo Zagrebelsky ha proposto alla platea del Festival Filosofia. “Penso che si debba esercitare il dubbio come forma massima di ricerca della verità e questa forma di democrazia è proprio quella che fa del dubbio la propria forza, senza cedere, da un lato, al cinismo di chi non crede più in nulla, e per questo si disinteressa, né, dall’altro, alla certezza granitica dei dogmatici, dominati fanaticamente da un’unica idea e convinti di possedere la verità”. Da anni, infatti, il giurista italiano e presidente emerito della Corte costituzionale porta avanti, nei suoi testi e negli interventi pubblici, una visione animata dal convincimento che la strada per uscire dalle secche di populismi ed estremismi passi per il dialogo e il confronto rispettoso delle idee dell’altro. “Il dubbio – ha spiegato non è affatto in contraddizione con la verità; potremmo anzi dire che, alla verità, è un omaggio. Soltanto chi crede nella ricerca incessante, mai conclusa, della verità, può permettersi di dubitare. Non ha dubbi chi pensa che le cose umane siano totalmente inafferrabili, né chi è convinto di detenere la verità come un possesso raggiunto una volta per tutte”. Dubbio che, in questa visione, non è altro se non la consapevolezza del carattere mai pienamente corretto della conoscenza. Invece di un’idea di vero inteso in senso assoluto, Zagrebelsy contrappone un pensiero della possibilità, una ricerca critica del meglio. “Trovare la verità è impossibile, ma ricercarla non è insensato”. Questa concezione di democrazia porta poi con sé delle conseguenze che riguardano tutti, a partire dagli uomini di legge: “a noi giuristi piace pensare che il Diritto sia semplice, coerente, lineare, ma dobbiamo sforzarci invece di comprendere che, dall’iperuranio in cui vengono concepite, una volta scese sulla terra, le norme si devono confrontare con le singole esistenze delle persone, sempre complesse e piene di sfumature”. Nulla, inoltre, è più lontano dall’idea di democrazia critica dalle pratiche di divinizzazione del popolo: “Spesso, chi tende a seguire l’espressione ‘vox populi, vox dei’, non fa altro che adulare la massa in maniera insincera e interessata, a servirsi del popolo fintano che gli è utile. Ma il popolo non ha sempre ragione e non può trasformarsi nella versione moderna di un re assoluto. Allora io direi, piuttosto, ‘vox populi, vox hominum’, ovvero ricordarsi che anche il popolo è fallibile”. Chi pensasse, tuttavia, che questa visione conducesse inevitabilmente a una tendenza elitaria, epistocratica della democrazia, ovvero al governo di chi è sapiente, troverebbe in Zagrebelsy un netto rifiuto a tale posizione: “non possiamo rassegnarci a scorciatoie elitarie, anche perché si tradurrebbero in un governo di chi ha potere, conoscenza, risorse, escludendo i deboli, i ceti subalterni, chi, nella scala sociale, occupa le posizioni più basse. La democrazia, al contrario, trae la propria forza dai suoi limiti e proprio perché ogni decisione presa è sottoposta al setaccio del dubbio, può dunque anche essere rivista. Se chi si ritiene sapiente non trova la democrazia dei nostri tempi soddisfacente, pur avendo i mezzi, intellettuali e materiali, per esercitare la propria influenza, deve prendere questa considerazione non come una motivazione per ripudiare il sistema democratico, ma come uno sprone a impegnarsi di più nel dibattito sociale”.

Marcello Marchesini

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