“Nessuna donna è immune da rischi”

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Perdere un bambino in gravidanza purtroppo non è un evento raro. I drammatici casi di morte intrauterina verificatisi nelle scorse settimane non rappresentano certo “un’epidemia”: negli ultimi 10 anni infatti il tasso di natimortalità nel nostro Paese si è assestato intorno al 3 per mille nati. Nessuno però ne parla. Morti invisibili che rappresentano un tabù. Una zona d’ombra in cui si preferisce non entrare. Ma quali sono le possibili cause? E perché in un luogo evoluto come l’Italia alcune donne perdono ancor oggi la vita durante il parto? Lo abbiamo chiesto alla ginecologa e ostetrica carpigiana Maria Cristina Iannacci.
Ogni anno in Italia circa 50 donne muoiono di parto: come è possibile in un Paese evoluto come il nostro?
“E’ pressoché impossibile azzerare i rischi legati a gravidanza e parto: rimane infatti una quota di fattori non prevedibili come per qualsiasi altro momento della vita. La gravidanza è un evento fisiologico nella donna sana e il corpo femminile è strutturato per affrontare con successo il progetto riproduttivo. Diventa invece un impegnativo test da carico in una  donna in precario equilibrio psico-fisico ed energetico. Si dice che ciò che succede di patologico in gravidanza si ripresenterà con l’avanzare dell’età se non si avrà cura della propria persona”.
Quali sono i rischi più gravi in cui una donna in gravidanza può incorrere? E quali le cause di morte più comuni?
“E’ fondamentale che la donna affronti la gravidanza in assenza di gravi patologie cardiache, renali o epatiche; anche il diabete, l’ipertensione e le disfunzioni tiroidee preesistenti allo stato gravidico rappresentano condizioni di rischio notevole. La gestazione può aggravare in modo drammatico queste patologie mettendo a rischio la vita della futura mamma e del feto ma con una stretta collaborazione fra internista e ginecologo si hanno spesso esiti positivi. Diverso è il discorso per le patologie tipiche della gravidanza, cioè che si manifestano “solo in” gravidanza. In questo caso il ruolo del ginecologo è fondamentale per la diagnosi precoce e una pronta terapia, laddove possibile. Tra queste si annoverano la gestosi, il diabete e/o ipertensione gestazionale e i difetti di placentazione. La placenta è un organo importantissimo: costituita da un fitto e delicato intreccio di vasi sanguigni, permette alla madre di trasferire al suo bimbo i nutrienti e l’ossigeno.
Può non funzionare bene per difetto di sviluppo (legati a malattie metaboliche e coagulative materne) o staccarsi improvvisamente per l’aggravarsi di un quadro già patologico (attacco ipertensivo, diabete non controllato, difetto coagulativo) o per trauma. In tutti questi casi è altamente a rischio la vita del feto e, talvolta, come nei recenti fatti di cronaca, anche la vita delle madri”.
Numerosi medici asseriscono che per evitare i decessi basterebbe far fare a tutte le donne in attesa l’esame per la trombofilia ereditaria. Quasi nessuna donna però vi si sottopone: in che cosa consiste?
“Gli esami che evidenziano un’alterazione del profilo coagulatorio, con predisposizione alla trombosi (trombofilia), sono spesso eseguiti anche in previsione dell’assunzione della pillola anticoncezionale per valutare il rischio di sviluppare la più temibile complicanza della contraccezione ormonale, ovvero la tromboembolia (formazione di coaguli all’interno dei vasi sanguigni che può portare alla morte). Il rischio di tromboembolia in gravidanza è ancora maggiore e raggiunge l’apice nell’immediato post-partum.
Personalmente da anni prescrivo di routine in tutte le pazienti che affrontano la prima gravidanza, a maggior ragione se mai eseguiti in precedenza, una batteria completa di esami preliminari per la trombofilia, da approfondire con test in biologia molecolare per la ricerca della mutazione di fattori della coagulazione”.  
Le resistenze dei medici a prescrivere tale esame sono di natura economica?
“Devo ammettere che incontro da sempre molte resistenze da parte di alcuni, troppi, medici di base che rifiutano la prescrizione degli esami specifici per la trombofilia per questioni legate al contenimento della spesa sanitaria (giudicando tali esami uno spreco di risorse) in stretta osservanza dei dettami delle linee guida sugli accertamenti di laboratorio da richiedere in gravidanza.
Tali esami sono prescrivibili dal Servizio Sanitario Nazionale solo in caso di storia ostetrica drammatica o in presenza di eventi tromboembolici in anamnesi. Trovo inaccettabile che si debba aspettare la morte endouterina del feto per prescrivere questi esami!  I ginecologi che non li prescrivono applicano alla lettera le direttive delle linee guida o non conoscono il significato di tali indagini (non tutti si aggiornano)”.
Le donne restano incinte sempre più tardi, spesso ricorrendo alla fecondazione assistita. Quanto questi fattori giocano un ruolo sfavorevole?
“L’età non più giovane della donna che affronta una maternità gioca un ruolo importante nel computo dei fattori di rischio. Ciò che conta però è come si arriva ai 35-45 anni, la qualità di vita, le abitudini alimentari e il carico di stress psico-fisico accumulati negli anni, che poi si ripercuotono nell’invecchiamento degli organi più nobili e fondamentali per la gestazione. Molti centri di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) richiedono una serie completa e approfondita di esami per valutare la coppia richiedente aiuto. Fra gli accertamenti sono presenti anche i test per la trombofilia. E’ da tenere sempre presente il percorso seguito dalla donna che si avvicina alla PMA, a maggior ragione se over 45 anni e sceglie l’ovodonazione. Le cause per cui non è riuscita a realizzare il progetto riproduttivo spontaneamente possono trasformarsi in fattori sfavorevoli in gravidanza”.   
Qual è l’età migliore per far fronte a una gravidanza serena? Le più giovani possono dirsi al riparo dai rischi correlati a gravidanza e parto?
“La donna giovane, non quella giovanissima poiché ancora immatura, ha sulla carta minori rischi di complicanze legate alla gravidanza.  Vorrei sottolineare, tuttavia, che anche nella ventenne possono essere presenti fattori di rischio quali fumo, obesità, disturbi alimentari o predisposizione genetica alla trombofilia ma senza storia di tromboembolia o assunzione di contraccettivi orali.  Ecco che per me la giovane età non cambia il modo di seguire la gravidanza”.
Come può una donna vivere la propria gravidanza con maggiore sicurezza?
“Sarebbe auspicabile un accurato controllo delle condizioni precedenti la ricerca di una gravidanza per aiutare la donna a coltivare un migliore equilibrio psicoendocrinometabolico. Ci sono sempre più evidenze scientifiche sugli effetti negativi dello stress (inteso come carico di lavoro, impegni, pensieri, emozioni… eccessivo rispetto alla personale capacità di gestione) sulla salute psichica ma anche fisica del soggetto. Non si può escludere che l’infiammazione sistemica che complica lo stress cronico comprometta in maniera specifica la microcircolazione in vari distretti corporei tra cui un tessuto di neoformazione così delicato come la placenta. Più che parlare di potenziali rischi di eventi tanto drammatici, andrebbe consigliata una maggiore cura della salute psiconeuro-endocrino-immunologica e metabolica prima e durante la gravidanza”.
Jessica Bianchi

 

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