I nuovi poveri? Sono carpigiani

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Hanno dai 36 ai 45 anni. Sono senza lavoro, sempre più indebitati e italiani. E’ questo l’inquietante ritratto dei nuovi poveri emerso dall’Osservatorio diocesano sulle povertà relativamente al 2014. “A levare il proprio grido sono sempre più le famiglie italiane (319 su 825) – sottolinea Alessandro Gibertoni responsabile del Centro di ascolto Porta Aperta di Carpi – le quali rappresentano il 40% dei nuclei che si rivolgono a noi in cerca di aiuto. Una percentuale mai toccata negli anni passati e che raggiunge il 45% nei nuovi arrivi, ovvero nel numero di coloro che accedono al servizio per la prima volta (100 su 216)”. A calare sono invece gli stranieri: “probabilmente siamo di fronte a vari fenomeni che si intrecciano. Numerosi stranieri rimpatriano a causa della crisi economica e della perdurante difficoltà nel trovare un lavoro, mentre gli italiani approdano da noi sotto la spinta di anni problematici che hanno fortemente depauperato le risorse economiche accantonate in passato”. Se minore è stato il numero degli utenti incontrati ad aumentare è quello dei colloqui: 4.952. Il più alto di sempre. Segno inequivocabile di una maggiore presa in carico delle persone e di una “cronicizzazione delle difficoltà”. I bisogni più pressanti e dai contorni ormai drammatici sono legati al lavoro e alla casa: “oltre il 50% delle persone che si recano al Centro di Ascolto sono senza lavoro, alla ricerca di una prima o di una nuova occupazione. Numerosi i titolari di partita Iva, in particolare artigiani, – prosegue Gibertoni – alla prese con una drastica riduzione delle commesse e, di conseguenza, oberati da schiaccianti situazioni debitorie”. Sul fronte abitativo la maggior parte degli utenti di Porta Aperta vive in affitto (53%) o presso un alloggio di edilizia residenziale pubblica (12%) ma sono in crescita i proprietari di immobili (13%): “persone che hanno acquistato casa indebitandosi con le banche e, oggi, a causa delle difficoltà occupazionali, sono incapaci di ottemperare al pagamento delle rate del mutuo”. Diminuiti i pacchi alimentari elargiti: 7.498 (circa 300 in meno rispetto al 2013) a 718 famiglie. Calo che non deve far gioire poiché imputabile solo “a una maggiore razionalizzazione grazie al lavoro di rete svolto con gli altri centri di ascolto parrocchiali presenti sul territorio”, i quali hanno distribuito a loro volta, grazie all’apporto di Caritas, oltre 13mila euro in alimenti di prima necessità. Per cercare di contenere l’emergenza, Porta Aperta ha incrementato gli aiuti economici (da 13mila a oltre 14mila) e raddoppiato i buoni lavoro (da 4.500 a 10.600 euro). Gocce nel mare ma pur sempre boccate d’ossigeno per recare sollievo a chi proprio non ce la fa ad arrivare alla fine del mese. Il ruolo delle parrocchie è fondamentale, come sottolinea Benedetta Rovatti, vicedirettore di Caritas diocesana: “sono il nostro braccio operativo. Le antenne che ci consentono di restare in costante contatto con i bisogni della cittadinanza e di mettere così in campo azioni rispondenti ed efficaci per combattere il disagio e la povertà”. Dal Progetto Scuola a sostegno del diritto allo studio (erogati circa 27mila euro) al Progetto Salute per garantire l’accesso a visite specialistiche e l’acquisto di farmaci non mutuabili (elargiti 4mila euro), Caritas ce la mette tutta per far sì che la società regga il colpo di questa crisi senza fine. “Il nostro ruolo – conclude Rovatti – è quello di fungere da disturbo. Siamo quella vocina insistente che ricorda a tutta la comunità come tra noi ci siano persone che versano in stato di bisogno. Persone che non possono – e non devono – essere abbandonate a loro stesse”.
Jessica Bianchi

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