La casa della gioia

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Sono quattordici, di cui tre di Carpi e uno di Campogalliano, le persone che quest’estate hanno scelto di dedicare le proprie vacanze ad aiutare chi è meno fortunato. Per tutto il mese di agosto, infatti, il carpigiano Marco Di Nardo, noto in città per aver allenato per dieci anni la Cabassi Calcio, si recherà, insieme alla moglie e al resto del gruppo, in Benin, a Ouidah, cittadina famosa per essere la capitale del Vudù e, in passato, uno dei principali snodi del commercio degli schiavi diretti nelle Americhe. Il gruppo si occuperà della Maison de la Joie (Casa della Gioia), una casa famiglia che, costruita grazie ai fondi dell’associazione omonima, fondata dal fidentino Flavio Nadiani, assiste bambini e ragazzi orfani, malati o in situazione di grave difficoltà familiare. Non per tutti i partecipanti, però, si tratta della prima esperienza a Ouidah. “E’ la mia settima esperienza consecutiva – spiega Marco, che nella vita di tutti i giorni, oltre alla passione per il pallone, è impiegato in un’azienda tessile di Modena – e un anno ci sono andato per due volte. Praticamente da sei anni a questa parte tutte le nostre vacanze le passiamo là”. Un impegno e una dedizione nati casualmente: “io e mia moglie abbiamo sempre amato viaggiare in solitaria per conoscere Paesi del mondo al di fuori delle mete più turistiche, e fu in uno di questi frangenti che conobbi Flavio, il fondatore dell’associazione. Da allora ci siamo innamorati del progetto, delle persone e del luogo, ancora poco conosciuto ma ricchissimo dal punto di vista culturale e naturale. Il Benin è un paese molto povero ma tranquillo dal punto di vista politico, in confronto a tanti altri turbolenti stati del continente africano”. La struttura in cui i volontari opereranno ha 20 bambini dai 2 ai 16 anni come ospiti fissi, oltre a un’altra decina che, nei periodi extrascolastici, la frequenta tutto il giorno. L’associazione sostiene anche 7 bambini i quali, pur avendo una situazione famigliare molto complessa vivono ancora coi genitori. “La maggior parte del nostro tempo sarà assorbita dai bimbi – continua Marco – ai quali proporremo giochi, animazione e corsi di vario tipo. Ci saranno poi da effettuare opere di manutenzione alla casa, come il tinteggio e piccoli lavori da elettricista”. Durante l’anno gli ospiti della Maison de la Joie sono seguiti da personale beninese debitamente formato, oltre ad alcuni italiani che compiono turni per un periodo di 2 o 3 mesi. Ma anche per chi ritorna in patria, il legame con il Benin non si interrompe mai. “Abbiamo portato là un po’ di tecnologia e, collegamenti permettendo, sentiamo i bambini tramite Skype, perché ovviamente si crea un forte legame affettivo”. La situazione dei piccoli del Benin non è facile: “la povertà è enorme, non esiste alcun tipo di wellfare e quindi è tutto a pagamento, dalla sanità alla scuola. Il problema maggiore è comunque il tasso di scolarizzazione, che è bassissimo, intorno al 50%”. In Benin si muore di malaria, di Epatite B e febbre tifoide, tanto che i volontari hanno attivato una campagna di vaccinazioni. Il tutto senza ricevere alcun aiuto da organismi governativi o ecclesiastici. “Cerchiamo di autosostenerci e, sinora, tra turismo responsabile, mercatini e donazioni ci siamo riusciti. Per convogliare tutte le risorse possibili al progetto, abbiamo scelto di non avere uffici o sedi fisse in Italia. Tutti i bambini ospitati nella Maison frequentano la scuola e ricevono le cure mediche necessarie. Il mio consiglio a chi non ha mai praticato questo tipo di esperienza è di visitare una nazione al di là dei percorsi e delle mete turistiche, per cercare, per quanto possibile, di conoscerne la realtà autentica”. Stando all’assiduità con la quale Marco e la moglie tornano a Ouidah non appena hanno qualche giorno a disposizione, pare proprio che, una volta lasciatisi andare davvero all’incontro con l’altro, sia impossibile smettere. Per  conoscere meglio i progetti dell’associazione vi consigliamo di visitare il sito www.maisondelajoie.com.
Marcello Marchesini
 

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