L’anima della carpigianità

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Tèe vluu la biici?… adèesa pedèela! (hai voluto la bicicletta… Ora pedala). Anche chi non è carpigiano doc ha imparato il significato di alcune espressioni dialettali che sono rimaste nel linguaggio correntemente parlato. Proprio per salvaguardare un patrimonio che rischia di andare perduto Mauro D’Orazi insieme a un gruppo di amici ha dato alle stampe La Ruscaròola èd Chèerp 2 dedicato a bici, moto, motorini e altri ricordi. “Siano benedette queste ricerche e questa ricchissima iconografia” scrive Luigi Lepri nella sua prefazione definendo gli autori “sentinelle delle nostre radici che alzano dighe e argini per limitare i danni dell’oblio, restituendo dignità e carattere al luogo dove sono nati e vivono”.
Il volume contiene “storie, costumi, descrizioni tecniche, attività artigianali – afferma D’Orazi – ricordati e descritti in base al mio vissuto a Carpi e alle tante testimonianze che ho raccolto”. Non manca, naturalmente, l’uso del nostro dialetto carpigiano. Biciclisti e meccanici carpigiani ci sono tutti e fra loro, la bottega di bici e motorini dei fratelli Graziano e Gabriele Forghieri in via Matteotti 58, di fronte a Mamma Nina ormai chiusa da vent’anni; il rivenditore di ricambi per bici Walter Galliani, allora in via Catellani, e la ditta di Adriano Pini in viale Cavallotti.  Fra i meccanici più famosi c’era allora Gigi Bonatti, grande cicloamatore che lavorava nella bottega di Mattioli a Porta Mantova; Armando Guidetti (al Biundéin) con il negozio di riparazione cicli ubicato nell’attuale Cinema Capitol; Ivo Borsari, che ancora lavora nella sua bottega di Piazzale Ramazzini, e ricorda di quando il pittore Ligabue lasciò la sua moto a deposito per andare all’osteria dalla Maria in Corso Roma; Amos e Abele Luppi, i due fratelli che avevano la bottega in corso Fanti, di fianco al voltone di via Giuseppe Rocca.
Poi c’è il capitolo In bicicletta con tabarro e cappello e il ricordo dei momenti bui dell’occupazione tedesca quando si vietò di indossare i tabarri e di girare in bicicletta nelle ore serali perché i partigiani erano soliti nascondere le armi sotto quei larghi mantelli. Il libro indaga il prezioso ruolo della bicicletta “cerniera tra campagna e città”, il suo abituale uso per gli spostamenti e per il trasporto di bidoni del latte e grandi pacchi; il rapporto tra la bici e la questione femminile, la nascita di diversi gruppi sportivi ciclistici, il più noto dei quali fu la Società Nicolò Biondo e le vicende più importanti o curiose del ciclismo carpigiano professionista. Raro materiale fotografico correda le sezioni dedicate alla bici e ai mestieri che sulla bici si svolgevano (lo stagnino, l’ombrellaio, lo spazzacamino) e ai ritratti di personaggi della Carpi dialettale: Silvio Cavazzuti (Ciocolatèin), Alfonso Rebecchi, Fermo Grillenzoni (Miimo Sigòlla).  Le moto è protagonista della seconda parte del volume che contiene foto degli Anni Cinquanta e Sessanta con affollate Lambrette in gita domenicale per arrivare ai ruggenti Anni Settanta e Ottanta.
 Il fatto di essere stato definito sentinella dell’identità carpigiana ti inorgoglisce?
“Non sono da solo. C’è un gruppo di persone disomogeneo ma collegato e grazie al lavoro di tutti è possibile portare all’attenzione dei carpigiani questo materiale che altrimenti andrebbe perso. E’ un lavoro collettivo: si intuisce dall’elenco dei ringraziamenti finali”.
Qual è la parte più difficile di questo tipo di ricerca?
“Stabilire l’autenticità del materiale: le fonti sono tante e cerchiamo delle conferme in testimonianze di diverse realtà familiari. Quando più testimonianze coincidono allora siamo vicini a una possibile verità”.
Quale foto merita una particolare segnalazione?
“Quella dove ci sono io coi capelli”.
Quale la prossima impresa?
“Il prossimo volume si intitolerà Magna e bév (Mangia e bevi) e non conterrà ricette ma gli aspetti culturali che nel passato caratterizzavano il mangiare e il bere: modi di dire sui gusti, rispetto del pane, conservazione dei cibi quando non c’era il friforgifero…”.
Sara Gelli
 

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