“Dopo i giorni dell’odio, la riconciliazione”

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“Scusate”. L’incipit pronunciato, con voce acuta e affaticata, da Pier Paolo Portinaro, professore di Filosofia politica all’Università di Torino, non si riferisce al ritardo con cui si è presentato alla platea presente nella tensostruttura di Piazzale Re Astolfo. E’ per la sua lezione magistrale: parla di odio, dei giorni della sofferenza causati dalle violenze che hanno interessato tutte le strade del mondo. Parla del lato buio dell’amore, che di creatività ne ha tanta quanto la sua parte luminosa. La storia ci ha mostrato il meglio del suo peggio attraverso i racconti della Shoah, del genocidio in Ruanda, della dominazione sui Paesi dell’Est, della guerra nella ex-Jugoslavia. Questo elenco non conosce punti, solo nuove righe da compilare. L’ultima, per quello che ne sappiamo, è quella su cui c’è scritto Siria, “scivolata” in una guerra civile. Ma quali le vie per sanare questi conflitti? Due sono le più note: ripagare il torto subito con la vendetta, o lasciare che quanto accaduto avesse “fine” attraverso l’amnistia, l’oblio. Mettendo, spesso, per non dire sempre, al centro dell’attenzione dei procedimenti giudiziari il carnefice e le vittime a margine, in attesa. Una terza via, apertasi all’inizio degli Anni ’90 in realtà distanti, non solo geograficamente, è quella delle Commissioni di Verità e Giustizia, che hanno analizzato i fatti della guerra sucia (guerra sporca) in Argentina e dell’Apartheid in Sud Africa. L’obiettivo principe è ricostituire il passato nella sua interezza, fare luce sulla verità tutta e non solo sulle colpe. I tre sentieri che portano alla riconciliazione hanno delle mancanze su cui gli esperti delle varie discipline stanno cercando di lavorare. Ma c’è una questione da non sottovalutare: la riconciliazione ha due facce, una pubblica e una strettamente privata. Quest’ultima si chiama perdono ed è un fatto che riguarda l’animo umano. Che non può essere regolamentato o discusso né in una Commissione né in un tribunale.
Antonella De Minico

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