Figlio del terremoto

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“Alle 7 del mattino ho svegliato Andrea, il mio compagno e gli ho chiesto di portarmi all’ospedale. Non ho fatto in tempo a salire in auto che mi si sono rotte le acque”, ricorda la carpigiana Elisa Turchi. Alle 8,40 del 29 maggio dello scorso anno, dopo aver lasciato Gregorio, il suo primogenito di sei anni col nonno, Elisa era al quarto piano dell’Ospedale Ramazzini di Carpi, per partorire il suo secondo figlio. “Stavo facendo il tracciato quando ci ha sorpresi la scossa delle 9. Immediatamente il personale ci ha aiutato a raggiungere le scale e a lasciare lo stabile. L’evacuazione è stata ordinata. Medici e infermieri si sono dimostrati organizzatissimi e hanno cercato di portare con sè lo stretto indispensabile soprattutto per i neonati. Per le donne che avevano appena partorito, ancora esauste, scendere quelle scale coi loro piccoli in braccio è stata dura”. Finalmente all’aperto, al sicuro dalle scosse, a Elisa e a un’altra ragazza in pieno travaglio viene proposto di occupare due stanze libere in Rianimazione, a piano terra, dove resteranno fino alle 11. “Le scosse non diminuivano e i Vigili del Fuoco, intorno alle 11, ci hanno fatto uscire tutti. A quel punto – racconta Elisa – mi hanno chiesto dove volessi partorire: lì, tra gli alberi del Parco delle Rimembranze, o all’Ospedale di Sassuolo? Non ho avuto dubbi: mio padre era a casa, a Sant’Antonio in Mercadello con mio figlio, mia nonna ha 94 anni… tutti i miei affetti erano a Carpi, non avevo alcuna intenzione di lasciarli da soli e andarmene via e ho deciso di partorire lì”. L’improvvisata sala parto open air è stata così prontamente allestita: “le ostetriche hanno steso per terra alcuni materassini e hanno legato delle lenzuola tra gli alberi per creare un poco di privacy. Il mio compagno per tutta la durata del parto è rimasto con le braccia allargate per cercare di tener ferme le lenzuola che, a causa del vento, continuavano a svolazzare qua e là. Ma, certamente, – sorride Elisa – in quelle condizioni disagevoli le ostetriche che mi hanno sorretta e aiutata sono quelle che hanno faticato maggiormente”. Il piccolo Martino è nato alle 12,45. E poi la terra ha di nuovo tremato. Violentemente. “All’una quando c’è stata l’altra scossa, io stringevo mio figlio tra le braccia. Sono stata graziata rispetto a tante altre persone. Non sono stata assalita dal panico, tra la stanchezza del parto e la gioia legata alla nascita di Martino, ero tranquilla. Vicino a me c’era tutta la mia famiglia, eravamo all’aperto, tra gli alberi, stavamo bene… la paura e la rabbia sarebbero arrivate dopo, quando avrei visto cosa il sisma aveva fatto alla Bassa e alle case di tanti amici, compresa quella di mio padre a Sant’Antonio in Mercadello”. Elisa è rimasta al parco fino alle 16 e poi, con la semplicità e il pragmatismo che la contraddistinguono, ha deciso di andarsene: “era il mio secondo figlio, sapevo cosa aspettarmi ed ero sicura che, come per la precedente maternità, avrei allattato al seno. A quel punto ho chiesto ad Andrea di montare la nostra tenda a Sant’Antonio vicino alla casa di mio padre e ci siamo trasferiti lì per alcuni giorni. Meglio il canto degli uccellini a quello continuo delle sirene che assordavano Carpi in quei giorni”. Figlio del terremoto che ha sconvolto l’Emilia, Martino a giorni compirà un anno. Perchè la vita, continua. Sempre e comunque.
Jessica Bianchi

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