Gioco patologico: la testimonianza

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E’ mattina, ma non manca il via vai. Il tempo trascorso davanti alla ricevitoria non è tanto ma sufficiente per arrivare a una conclusione: chi gioca non aspetta di arrivare a casa per grattare il tagliando, ma si ferma lì sulla soglia per gioire subito della vittoria, o piangere per la sconfitta. In ogni caso, è ancora lì, sulla soglia della ricevitoria, e può rientrare per ritentare la sorte. “Non è facile vincere – ci racconta un uomo di cinquant’anni circa – non si vince mai e si perde molto. Io gioco a tutto”. Gli chiediamo se viene spesso e la risposta è: no. Quante volte alla settimana? “Quando ho i soldi”.
Oggi come è andata? “Male” risponde. Quanto ha perso? “Duecento”. Cosa pensa quando perde? “Niente, non penso. Quando entri sai che puoi perdere”.
Perché ci va allora? “Non lo so”. Lavora? “Sono allenatore di sport, quando ho un po’ di soldi e sono annoiato, vado a giocare”. Ha una famiglia? “Sì”. E loro lo sanno? “No. A me dispiace, ma adesso il gioco è tutta la mia vita ed è difficile cambiare il tuo modo di vivere. E’ difficile dire oggi non gioco più, perché hai cominciato a giocare. Tu non dovevi cominciare a giocare. Quando cominci non si può guarire”.

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