La fine del mondo come non l’avreste mai immaginata…

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Eccessiva. Iperbolica. Carnevalesca. E’ questa la fine del mondo immaginata dall’estro creativo del nostro Stefano Cenci, regista carpigiano che, dal 2002, collabora col genio di Armando Punzo, direttore artistico del VolterraTeatro Festival e regista della Compagnia Della Fortezza di Volterra. Sulla scena del suo nuovo spettacolo Del Bene, Del Male (dopo il debutto allo Storchi di Modena e la replica al Camploy di Verona, Cenci lo riporta in scena martedì 5 marzo, alle 21, al Teatro della Rocca di Novellara) danzano, in un grottesco e decadente girotondo, potenti, vip, portaborse e soubrette… un popolo in maschera che celebra l’ultimo capodanno tra calici di champagne e camerieri in frac. In una sfarzosa sala si consuma il rito più antico, quello dell’apparenza. Icone kitsch che, al limite del tragicomico, fingono, rinchiuse in ruoli prestabiliti. Un progetto importante, ambizioso, “per riavvicinare l’arte alla vita”, spiega il regista nonché direttore artistico di Arti Vive Festival e Arti Vive Habitat a Soliera, uno spettacolo popolare, divertente e poetico, ma anche “liberatorio e provocatorio”. Del Bene, Del Male è uno spettacolo sulla fine del pensiero occidentale. Sulla chiusura di un’epoca. Non è una favola. Bensì un addio al mondo per come lo conosciamo. Alla finzione.
“La tempesta si avvicina. La senti. Un tremendo temporale. Ci sarà da stare in silenzio. Farà buio presto e sarà bellissimo.
Staremo sotto le coperte, come se fossimo sepolti dalle macerie, a strisciare i nostri piedi sul materasso, cercando di addormentarci. Ancora un’ultima volta, ma non per sognare: per non sognare più! Li senti i tuoni? E’ la voce degli antichi, gli antichi… vengono a prenderci. A tirarci i piedi nel sonno. Entreranno piano, dalla finestra. Strisceranno lungo i muri, come un’ombra e ci porteranno via. Noi non ci accorgeremo di nulla. E’ tempo di andare…”. Sulla scena di Del Bene, Del Male, oltre a un cast fisso, a ogni replica, attraverso la sperimentata formula dei laboratori intensivi di teatro mirati tenuti da Stefano Cenci e la Compagnia Tardito/Rendina, vengono reclutate decine di persone, players, giocatori, professionisti e non. Un’umanità pronta a immolarsi in questo gioco catartico e liberatorio.
“Non si tratta più di rappresentazione del reale – spiega Cenci – ma di un’intensificazione dell’esistenza. Essere al mondo non significa essere presenti al mondo: l’unica condizione per questa presenza è l’esposizione allo sguardo dell’altro, è il presentarsi agli altri. Aneliamo a una teatralità che proceda da una dichiarazione di esistenza e permetta alle persone di rivelare il segreto di un’anima ritratta nella sua intimità. Quando ci sono corpi che si incontrano, si attraggono, si respingono, si svelano l’uno all’altro, condividendo le loro proprie intimità, il vuoto tra questi corpi si riempie di un nuovo, potente senso creativo. Per questo mettiamo in scena attori, professionisti e non, che fanno questo per amore, disposti a esporsi, a essere infettati e toccati dallo sguardo dell’altro, per cambiare il loro ruolo sociale, liberi dal giudizio, anche solo per una sera di spettacolo”. Insomma Come scriveva Tadeusz Kantor “per generare un campo di attrazione dell’impossibile, ci vuole un’ingenua mancanza di esperienza”: da questo assunto si muove Cenci, per ricercare una nuova grammatica del Teatro dell’Umano.
Jessica Bianchi

Scheda tecnica

Scene e costumi di  Emanuela Dall’Aglio
Direzione tecnica e luci di Matteo Gozzi
Responsabile di produzione  Riccardo Soffritti
Collaborazione artistica al progetto di Carolina Truzzi 
Regia di Stefano Cenci
Una produzione Dimensioni Parallele Teatro
Con il sostegno di  Fondazione Cassa di Risparmio di Modena
In collaborazione con  Emilia Romagna Teatro Fondazione.

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