Lady Marty in the City: It’s not about Obama, it’s about your mama

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Le settimane precedenti l’Election Day, sono trascorse alternate dai diversi debates, momenti seguiti con ansia dentro e fuori le mura domestiche.
Dentro i bar, caffè e ristoranti della City, si sono radunati centinaia di newyorkes, assistendo, trepidanti, alle varie performance dei due candidati (Obama e Romney) e conteggiando le differenti gaffe (sicuro argomento negli uffici, all’indomani del dibattito).
New York sembrava abbastanza unanime sulla vittoria del presidente in carica, alcune persone scherzavano già su dove espatriare in caso di vittoria repubblicana. In particolare, la città ha saputo apprezzare il comportamento di Obama, durante l’emergenza legata all’uragano Sandy, occasione in cui il presidente ha preferito sospendere la propria campagna per recarsi nella parte più colpita del New Jersey,
Molti, specialmente le donne, non hanno invece digerito le parole di Romney, legate alla questione dell’aborto in caso di violenza sulle donne. La legalità dell’interruzione di gravidanza, in caso di stupro o incesto, è stata infatti messa in discussione più volte dalla fazione repubblicana. In molti hanno voluto dire la loro e uno fra tutti è riuscito a cogliere nel segno. Al Sharpton, il reverendo e attivista politico, nativo di Brooklyn, durante una trasmissione televisiva, ha reso noto il suo punto di vista e la sua propensione verso il presidente con la frase (ormai cult): “ it’s not about Obama, it’s about your mama”.
Utilizzando uno slang tradizionalmente afroamericano è riuscito comunque a sintetizzare il pensiero di molte persone.
La sua preferenza si è basata, dunque, solo e unicamente sul candidato con la campagna più a sostegno della “social sicurity” e quindi delle minoranze (anziani, bambini, donne e meno abbienti).
Inutile dire che, nel giro di pochi giorni, questa frase ha fatto capolino su magliette, spille e cappellini, divenendo un nuovo slogan!
All’indomani delle elezioni, la vita è ripresa normalmente, dopo aver trattenuto il respiro per settimane, in attesa della fatidica risposta, i cittadini della Big Apple, archiviato il clima di instabilità, si sono proiettati subito verso i prossimi quattro anni. Un quartiere in particolare non ha smesso tanto in fretta di festeggiare il vincitore; sto parlando di Harlem, il cuore della Manhattan settentrionale. A nord di Central Park, si trova il grande centro socio-culturale afro-americano di NY. Le chiese coi cori gospel, le case dai tetti colorati, le nuove gallerie d’arte, le piccole boutique sartoriali… una zona con le donne tra le meglio vestite della città e con la musica, da sempre protagonista incontrastata.
La percentuale di popolazione bianca che vive il quartiere è sempre in aumento; il mix culturale-etnico non è però una novità: già agli inizi del Novecento, infatti, quest’area, vedeva al suo interno una parte italiana ora diventata Spanish Harlem, per la maggioranza costituita da ispanici.
Il principio di “fratellanza” sembra essere intrinseco, all’interno della comunità, manifestato (è proprio il caso di dirlo) a gran voce, per quanto riguarda il (nuovamente) neo eletto Barack Obama.
Le voci in questo caso sono state quelle dei numerosi cori gospel che, nelle chiese gremite di domenica scorsa, hanno visto gli uomini di fede rendere omaggio al presidente in carica.
E non finisce qui! Lungo le strade, i gadget riguardanti Obama, famiglia e campagna elettorale sono innumerevoli: spille, maglie, foto e quadri. Forse è anche il caso di dire: “It’s about Obama!”
Altri quattro anni di fiducia, staremo a vedere se ben riposta.
Martina Guandalini

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