Un, due, tre… cella

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“Prima scossa, panico pazzesco, mi fiondo giù dal letto a castello col rischio di sbattere perché le celle sono piccole, corro verso la porta, però è chiusa con doppia mandata, mi arriva una crisi isterica, non respiro più, il cuore batte all’impazzata e rantolando, non so come, riesco a urlare: ‘Assistente’. L’assistente arriva e cerca di tranquillizzarmi, la supplico di aprire, purtroppo non può, così mi rassegno, accucciandomi sotto il blindo.
Ore 9. Seconda scossa, lo stesso terrore, ma in quel caso arriva l’ordine di aprire e farci scendere all’aria, dove siamo rimaste per circa quattro ore. Risaliamo. Altra scossa. Fortissima. Solite sensazioni e di nuovo… all’aria. Alle 16 ero stremata, ero di nuovo in cella, cercavo di riposare ma non riuscivo. Il letto a castello, non potevo affrontarlo. Così ho preso il materasso e l’ho appoggiato sul pavimento ma non sono riuscita a prendere sonno. Fortunatamente i miei familiari vivono molto lontano, quindi, una preoccupazione in meno, almeno per me, ma non per loro che hanno appreso la notizia dal telegiornale e, preoccupatissimi, si sono messi in contatto telefonico con i volontari che operano in carcere e sono stati tranquillizzati. Ringrazio anche gli agenti di polizia penitenziaria per l’aiuto che ci hanno dato”.
“Non è mai facile spiegare le emozioni e, per quanto mi riguarda, è stato un altro sasso negativo che si è posato in cima alla montagna di negatività che inevitabilmente ti senti dentro quanto entri in carcere. L’istinto mi ha portato a correre verso la porta della cella, per rendermi immediatamente conto che, dopo aver fatto due passi, non sarei potuta andare da nessuna parte. La porta è rimasta chiusa, ma anche una volta aperta, dove vai? …la cosa più importante è stato riuscire ad avere notizie della mia famiglia e per questo posso ringraziare il personale di polizia penitenziaria che si è prodigato al massimo della possibilità per farci stare tranquille e più serene possibile. Il rapporto tra noi detenute, in quei momenti è stato solidale: tutte eravamo terrorizzate e per qualche ora abbiamo messo da parte tutte quelle cose per cui spesso qui si litiga. Ciò che mi interessa veramente è che non sia successo nulla ai miei figli e a mio marito che sono le uniche persone per cui vale la pena vivere, anche in carcere. Alla fine, credo che le sensazioni siano state quelle di ogni persona, con l’unica differenza che noi non abbiamo vie di “fuga”. I motivi credo siano immaginabili da tutti. Fortunatamente questa struttura ha retto benissimo e… ironia della sorte, per una volta, ciò che ci opprime, ci ha protette”.
“Alla prima scossa sono andata in tilt dalla paura. Ho cercato l’aiuto, almeno morale, della mia compagna di cella, ma lei russava beatamente, poi le mie urla di terrore l’hanno svegliata. Ho realizzato cosa stava succedendo quando ho sentito le urla pazzesche che provenivano dalla cella accanto alla mia, quelle di un’altra ragazza, anche lei presa dal terrore poichè non poteva uscire. Passati i primi momenti di panico, non ho più avuto paura per me, ma è iniziato il tormento più forte. Cosa poteva essere successo fuori? Soprattutto ai miei tre bambini. Era notte e, ovviamente, non era possibile comunicare con l’esterno. Del più piccolo ho avuto notizie tranquillizzanti appena si è fatto giorno. Mia madre, che si prende cura del mio piccolino, ha telefonato in carcere per farmi sapere, tramite gli assistenti, che stavano tutti bene… Mi sono tranquillizzata. Sapevo che ai miei figli non era successo nulla e questa è la cosa più importante della mia vita”.
“E’ stata una brutta notte di paura, piena di sofferenza… chiuse in quelle stanze. Non avevamo il coraggio di dormire per la paura. Quando torna, il 29 maggio, è così forte! Ci fanno scendere le scale ma la paura è già fra tutte noi. L’unica cosa buona che ha portato questa paura è stato che le cattiverie e le ostilità sono sparite. E’ stato un po’ come riunire una grande famiglia. Le agenti ci sono state vicine minuto per minuto poi, la notte, ecco che arriva un’altra scossa. E’ arrivata l’agente che non era di turno, quella notte, per assicurarsi di come stavamo e non ci ha lasciato per tutta la notte. Oggi, a distanza di tempo, preghiamo che non accada più. Non dimenticherò mai quando tenevo la mano della mia compagna vicina di cella. Lei mi ha dato la forza di non piangere e, in quel momento, l’ho sentita come una sorella o una madre che ti stringe a sé per portare via la paura. La cosa più brutta è trovare una porta chiusa, senza uscita, ti puoi affidare solo al Signore”.

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