Hugo Cabret: quando il cinema racconta se stesso

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L’estate scorsa, in Piazza Maggiore a Bologna, in occasione del Festival del Cinema Ritrovato è stato proiettato l’edizione a colori del fantastico Le voyage dans la Lune di Georges Méliès. Copia originale dipinta a mano, fortunosamente ritrovata, e meravigliosamente restaurata. Il più celebre fotogramma del film, di 12 minuti, rappresenta una Luna piena dal volto umano colpita a un occhio da un proiettile-nave spaziale, così come l’ha immaginato Jules Verne nel suo romanzo omonimo. Questo fotogramma è una delle “misteriose” icone del film Hugo Cabret di Martin Scorsese. Opera quanto mai spettacolare che attraverso la rilettura del romanzo La straordinaria avventura di Hugo Cabret di Brian Selznick ci riporta a una delle fondamentali tappe della storia del cinema. Siamo a Parigi negli Anni Venti. La prima guerra mondiale ha cancellato il ricordo e le fortune di uno dei padri del cinema, Georges Méliès che sul finire dell’Ottocento e inizio Novecento aveva conteso ai fratelli Lumière pubblico e successo. Come si sa furono Auguste e Louis Lumière, il 28 dicembre 1895 a presentare a un pubblico pagante il primo spettacolo cinematografico della storia. Fra quel pubblico c’era anche Georges Méliès che, già direttore di un teatro ottico-fantastico, rimase talmente colpito da quelle immagini in movimento da intuirne le potenzialità spettacolari. Chiese quindi ai Lumière di poter avere una cinepresa, ma questi rifiutarono. Così con l’aiuto di un amico ingegnere se ne costruì una e cominciò a realizzare quelli che sarebbero diventati i capostipiti della narrazione per immagini, grazie anche alla miriade di effetti speciali che seppe inventare, spesso casualmente, per rimanere nel solco del suo teatro magico e fantasmagorico. Ma dopo aver realizzato circa 1.500 film, nel 1914 la sua stella tramontò e la guerra, come detto, ne cancellò il ricordo. E’ a questo punto che Hugo Cabret assiste affascinato a un delicato restauro di un automa, che il padre, orologiaio, pazientemente ha iniziato dopo aver trovato quella bambola meccanica tre i rifiuti. Il ragazzino si appassiona a quel gioco di molle, leve e ingranaggi, ma il sogno si interrompe bruscamente perché il padre muore in un incendio. Viene quindi adottato, si fa per dire, dal suo unico zio, addetto alla manutenzione degli orologi della stazione di Paris-Montparnasse. Hugo va a vivere quindi nei meandri aerei che ospitano gli orologi di quegli enormi capannoni che sovrastano bar, marciapiedi, binari e androni. Ed è proprio alla stazione che c’è un chiosco di giocattoli meccanici che attira la sua attenzione, perché è proprio lì che può cercare di procurarsi gli “ingranaggi” mancanti al completo restauro dell’automa. Il giovane deve muoversi con scaltrezza e agilità perché c’è un poliziotto armato di doberman continuamente a caccia di trovatelli da spedire all’orfanotrofio e l’anziano giocattolaio appare quanto mai burbero e sospettoso. Quando Hugo cerca di sottrarre un topino meccanico, il vecchio lo sorprende e gli fa vuotare le tasche. Si appropria così di un quadernetto dove il padre di Hugo aveva disegnato i progetti di restauro dell’automa. Hugo è disperato e il racconto del suo fortuito incontro con la storia del cinema ha inizio. Il vecchio del negozio è infatti Georges Méliès, che davvero storicamente, dopo la guerra, in quella stazione trovò occupazione e incontrò l’attrice Jeanne D’Alcy che aveva interpretato molti suoi film e che divenne sua moglie. Il film mescola continuamente storia e fantasia imbastendo una trama avvincente per il pubblico infantile e interessante per gli adulti e ineludibile per i cinefili di tutte le età. Il racconto è pieno di citazioni, da Harold Lloyd a Buster Keaton, da Charlie Chaplin e Douglas Fairbanks e, immancabili, il primo film della storia: L’uscita degli operai dalle officine Lumière, e il geniale Arrivo del treno alla stazione de La Ciotat che spaventò gli spettatori e li fece fuggire la Salone Indiano del Gran Café dove i Lumière esordirono con il loro Cinematographe nonostante lo scetticismo del padre che definì il cinema “un’invenzione senza futuro”.
Scorsese usa per la prima volta la stereoscopia e il risultato è quanto di meglio si possa gustare con gli occhi. Il piano sequenza iniziale a volo d’uccello che entra in stazione e ne percorre i marciapiedi è da togliere il respiro. Infine una menzione d’obbligo: maestro di tanta e tale scenografia, è l’italiano Dante Ferretti. Il film ha già vinto il Golden Globe per la miglior regia e ha ricevuto ben undici nominations agli Oscar.

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