150 e li diMostra. Quando il cinema fa la storia

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Centocinquant’anni di storia dell’Unità del nostro Paese non potevano restare inosservati dal cinema italiano, che giustamente ha prodotto opere di vario genere in occasione di questo importante anniversario. La Rai ha trasmesso, proprio a fine dicembre il bellissimo Noi credevamo, di Mario Martone. Il film, presentato a Venezia 2010, dove venne incredibilmente ignorato dalla Giuria, è un interessante affresco su aspetti poco frequentati del Risorgimento italiano. Quattro episodi intrecciati sulle vite di alcuni giovani cospiratori e rivoluzionari che mettono in gioco le loro vite per un ideale appena nato e ancora tutto da elaborare. Sorprende l’urgenza avvertita da questi giovani, figure di fiction ma ispirate a personaggi realmente esistiti di fronte alle esitazioni o agli impeti di figure storicamente vere come Mazzini o la Contessa di Belgioioso. Il pregio maggiore del film è l’abilissimo rapporto col presente di un’Italia ancora divisa da profondi scompensi sociali, politici ed economici, che l’autore suggerisce continuamente anche con provocazioni figurative davvero dirompenti, come scalette e cancellate inesistenti all’epoca e scheletri di cemento armato di costruzioni mai finite, così frequenti al Sud. Il regista ha cominciato a immaginare il film sette anni fa e questo spiega quante possono essere state le difficoltà realizzative, ma è comunque significativo che la scadenza dell’anniversario sia stato l’elemento catalizzatore che ha portato a compimento l’opera. Altri registi invece hanno seguito strade diverse. Molto interessante un documentario di Davide Ferrario, bergamasco, che proprio dalla sua città parte per un itinerario che ripercorre l’avventura dei Mille. Il regista definisce il suo film un road-movie e come dargli torto se lui stesso è in scena e si muove lungo le strade dei garibaldini a incontrare il presente che su quei luoghi vive. L’aveva già fatto con un altro itinerario davvero inquietante e stupefacente: La strada di Levi portando la sua cinepresa lungo i binari della Tregua del grande narratore di Se questo è un uomo. Oggi Ferrario cerca nel suo Piazza Garibaldi una risposta alla domanda cruciale: perché noi italiani non riusciamo più a immaginarci un futuro? Così va in giro a chiederlo perché in ogni città e paese di questa nostra nazione c’è una Piazza Garibaldi, e ci sono giovani e vecchi che non sanno o che ricordano. Il racconto è puntellato da molta ironia e disincanto. Quando si pensa a un documentario lo si immagina serioso, invece questo è a tratti molto divertente e sempre accattivante. L’autore filma sempre sul filo di un equilibrio perfetto tra scoperta e conferma, rivelando aspetti intriganti di questa nostra toponomastica che nasconde storie e geografie imprevedibili che da Bergamo arrivano a Teano. Su altro registro, almeno formalmente, si muove Gianfranco Pannone con Ma che storia che utilizza materiali d’epoca, cinegiornali e documentari per mostrarci un’Italia cinica e contraddittoria, dagli Anni Dieci agli Anni Ottanta. Un viaggio tragicomico sulla difficile costruzione di un’identità nazionale ancora in divenire dove si incontrano naturalmente Garibaldi, Mazzini, Cavour, Verdi, ma anche l’indecifrabile difficoltà che ha impedito il formarsi di una storia condivisa che ancora lacera e consuma la comunità nazionale. Ma la storia è fatta anche di aspetti più leggeri e “laterali” perché intanto la vita continua e il popolo o meglio gli individui, continuano la propria esistenza tra alti e bassi, anche ascoltando musica e cantando. Così desidero segnalare tre documentari molto diversi tra loro ma al cui centro resta la musica. Passione di John Turturro, Niente paura di Piergiorgio Gay e Questa storia qua di Alessandro Paris e Sibylle Righetti. Su quest’ultimo, che ripercorre l’avventura straordinaria di Vasco Rossi, abbiamo già scritto. Il film su Ligabue, presentato a Venezia 2010 è molto diverso da quello dalla rock-star di Zocca. Qui la musica è fortemente intrecciata alla storia degli ultimi trent’anni. Gay fa parlare sì i fan, ma li interroga sul mondo, sulla vita, sulle speranze le rabbie, tiene un occhio costante sulle vicende di questo Paese, ne controlla l’umore, le paure. Ligabue del resto aveva già dato prova della sua forte coscienza civile raccontando in Radiofreccia uno spaccato di vita di provincia davvero impressionante per la capacità di analisi e fedeltà a un mondo in così rapida evoluzione. Infine Passione, atto d’amore smisurato di John Turturro per la canzone napoletana, ma soprattutto un documento ineludibile sul legame tra musica e città, tra musica e persone, canzoni e individui. Un legame stretto e irriducibile, viscerale: un modo di essere. L’autore utilizza materiali d’epoca ma poi va a cercare il presente, cantanti, canzoni, musicisti e poeti, Peppe Barra e… Fiorello! Se ci si vuole divertire è l’ideale. Qualcuno l’ha definito un viaggio al termine del più grande juke box del mondo: Napoli. Infine un richiamo, sempre in tema su questa nostre storie italiane. Abbiamo già scritto di Pasta nera il documentario di Alessandro Piva che riguarda la vicenda dei bambini del Sud ospitati nei primi Anni ’50 da diverse famiglie delle nostre zone; ebbene sarà presentato il 7 marzo prossimo al Teatro Massimo Troisi di Nonantola, alla presenza del regista. Occasione imperdibile.

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