Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, tra l’originalità del cinema e la banalità del male

Dalla rilettura visionaria di Col cuore in gola di Tinto Brass ai grandi premi della 83ª Mostra del Cinema di Venezia, un viaggio tra film, autori e storie che riportano sullo schermo le inquietudini del nostro tempo. Dalla memoria del dopoguerra di Woman Unknown alla lotta di classe di Possible Love, dal potere sovietico raccontato in Dau al mondo del lavoro di Un bon petit soldat, fino alla prova di John Malkovich e all'impetuoso Naza: una Mostra che, ancora una volta, dimostra come il cinema possa farsi specchio della Storia, ma anche strumento per interrogarla e metterla in discussione.

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May el Toukhy ph. Andrea_Avezz

“Quando la storia si mette a correre, il cinema non può continuare a camminare”. Questa acuta affermazione, Tinto Brass la fa dire al protagonista del suo film Col cuore in gola del 1967, presentato in edizione restaurata nella serata di pre-apertura della 83° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, appena conclusa. Frase che il regista italiano intende concretizzare accelerando il montaggio, giocando sui colori, utilizzando il fumetto e la pubblicità. Realizzando così un lungometraggio quasi sperimentale, imbevuto di pop-art e farcito di richiami cinefili al Free Cinema inglese che sorto a metà degli Anni ’50 arriva alla maturità proprio negli Anni ’60 grazie a un folto gruppo di nuovi cineasti come Losey, Loach, Richardson, Reisz e Lindsay Anderson che esploderà col suo film forse più cattivo: If (Se) su una rivolta studentesca in una prestigiosa e conservatrice università. Ambientato in Inghilterra, Antonioni ha presentato l’anno precedente, il 1966, uno dei suoi capolavori: Blow up e il giovane Brass ne è affascinato, tanto da citarlo visivamente con ironia e… col cuore in gola. Il regista veneziano non è presente alla serata per motivi di salute. E’ la moglie a leggere ai presenti una lunga e bellissima lettera anche di ringraziamento per il Premio Pietro Bianchi che la presidente del Sindacato Critici Laura Delli Colli gli assegna per l’intera sua produzione. E’ lei che, traendo un bilancio sulla importante filmografia, ne omaggia l’autore, abbattendo ogni polemica, definendolo più che un regista erotico, un regista eretico. La Mostra è poi cominciata e le proiezioni si sono succedute come sempre a ritmo frenetico lasciandoci la sola possibilità di memorizzare e riflettere brevemente sull’infinita alternanza di immagini, suoni e sottotitoli. I premi sono ormai noti e non resta che commentarli.

Il Leone d’oro al miglior film l’ha guadagnato il film danese Woman unknown (Donna sconosciuta) della regista May el-Toukhy, indubbiamente uno dei migliori in concorso. Ci racconta la vicenda di una donna che da governante di un facoltoso industriale vedovo, sta per diventarne la moglie. La vicenda però si complica perché siamo nell’immediato dopoguerra. L’occupazione nazista è appena terminata e in Danimarca come altrove la guerra non finisce in un giorno, lascia strascichi molto dolorosi e spesso le donne ne pagano il conto più crudele. Preferisco come sempre non anticipare la trama, sta agli spettatori scoprirla e restarne avvinti.

Basta sapere che Marie, la protagonista interpretata da Mathilde Arcel, premiata con la Coppa Volpi come migliore attrice, ha davvero il physique du rôle, la faccia giusta e l’espressione misteriosa tesa a nasconde il segreto che la tormenta e che se scoperto comprometterebbe il suo futuro di sposa. Interpretazione tanto convincente da trasmettere la sua ansia e il suo dolore allo spettatore con sofferta intensità. Premio meritatissimo. Apprezzabili il montaggio quasi sfuggente, la scenografia e la precisa ricostruzione d’epoca nel  descrivere il clima di sospetto e anarchia di quei giorni confusi e assetati di ricatti e vendette. La fotografia attenua i colori e si concentra su tonalità opache, grigio-azzurre, che alludono alle ansie, alle attese e alle paure non solo dalla “sconosciuta” ma di quasi tutti gli agenti nella storia. Un film estremamente coerente al contesto spazio-temporale rappresentato. Il Leone d’Argento per la miglior regia va al russo Ilya Khrzhanovsky e al suo chilometrico Dau (195′), incentrato sulla biografia dello scienziato sovietico Lev Davidovič Landau, (premio Nobel per la Fisica 1962). La storia abbraccia un arco temporale che dal 1928 arriva alla fine degli anni ’60, un colossal che ha richiesto un ventennio per la sua produzione (alcune riprese risalgono a circa quindici anni fa) e la partecipazione di almeno 2000 comparse. Messa in scena davvero imponente suddivisa in capitoli e ricca di note storiche molto interessanti. Occasione, almeno per me, di ispezionare e conoscere pagine di storia scolasticamente ignorate. Tutto ruota intorno alla “necessità” del potere sovietico di arrivare a disporre dell’arma nucleare. Il gruppo di fisici e scienziati coinvolti non si dimostra propenso a soddisfare tale scopo. Il confronto-scontro si fa duro e il racconto si snoda inseguendo il sogno infranto di un uomo appassionato di astronomia che si vede costretto a lavorare in un laboratorio di ricerca segreto e strettamente sorvegliato. Dau cerca rifugio e soddisfazione in una dimensione privata, fuori dal matrimonio, alla ricerca di una felicità difficile e di una libertà lontana. Il lungo periodo produttivo ha visto all’opera diversi scenografi, costumisti e direttori della fotografia che hanno disegnato ambientazioni diverse conferendo al film aspetti documentaristici, a volte anche onirici o debitori di memoria, che il regista sottolinea in una composizione davvero magistrale e unitaria. Il Gran Premio della Giuria lo conquista Possible love del regista sud-coreano Lee Chang-Dong e la lotta di classe 2.0 conquista lo schermo e l’attenzione del pubblico. Due storie parallele per due coppie che si incontrano a causa di una regista che vuole fare un documentario su una fabbrica che chiude e un dipendente che viene licenziato. Ritratto più che mai attuale di un mondo e un sistema produttivo in feroce ristrutturazione. E come al solito a pagarne le spese sono i lavoratori. L’ipotetica storia d’amore del titolo più che accennata è intuita, forse solo desiderata e fa da contrappunto all’eterna antitesi tra ricchi e poveri, non solo metaforicamente evidenziata da una potente Porche e una vetturetta per famiglie di umile proletariato. Il licenziamento di massa, la repressione violenta di uno sciopero sono gli avvenimenti cruciali che la documentarista nel film cerca di riportare e che Chang-Dong pone come motore del suo racconto. Un bon petit soldat ha vinto il Premio alla Miglior Sceneggiatura, firmata da Coralie Amédéo, Olivier Gorce e da Stéphane Brizé. Il film tratta ancora il tema del lavoro, molto caro e ricorrente nella poetica del regista francese. Ma l’angolazione non è operaia, tutto si svolge ai piani alti della ditta, negli uffici dei massimi dirigenti. Protagonista assoluta una eccellentissima Alba Rohrwacher che onora il ruolo ricevuto con una interpretazione impeccabile accanto a Vincent Lindon, uno dei massimi attori d’Oltralpe. Coppia formidabile nei rispettivi personaggi di Responsabile delle Risorse Umane e massimo dirigente di una società di assicurazioni preposta a tutelare il benessere dei dipendenti salvaguardando comunque gli scopi dell’azienda. La Coppa Volpi al migliore attore è andata a John Malkovich per la straordinaria interpretazione in Wild horse nine del regista inglese Martin McDonagh, già premiato a Venezia per Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2022). Occorre dire che il film rasenta la perfezione: tutto funziona a meraviglia, dalla sceneggiatura alla regia, ma il tocco dei due interpreti, il premiato e Sam Rockwell, è molto di più della classica ciliegina sulla torta. Avrebbero entrambi meritato il premio e non so se l’ex-aequo fosse possibile o impedito dal regolamento. Il pubblico potrà ammirare le espressioni nei loro primi e primissimi piani, davvero impagabili. Due grandissimi attori  per una storia di amicizia e morte. Sullo schermo tutto il bello del mondo, sullo sfondo tutto il male del mondo: la CIA. E quando canta Victor Jara… la pelle d’oca. Infine ma non ultimo, il film più atteso della Mostra: NAZA, degli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor coppia già vincitrice insieme ai palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal, dell’Oscar 2025 per No Other Land.

NAZA
Official still

Una Giuria più coraggiosa avrebbe dato il massimo riconoscimento a questo documentario e non un Premio Speciale della Giuria che sembra tanto un’aggiunta per non vergognarsi del tutto. NAZA è un’opera che travalica ogni dimensione e caratteristica cinematografica perché risponde a quell’esigenza fondamentale di mettere i puntini sulle i della Storia. Perché la storia, quella con la esse maiuscola esce dallo schermo e colpisce mente e corpo dello spettatore. Di fronte al genocidio reso palese, ogni disquisizione linguistica o terminologica diventa obsoleta. Le dichiarazioni dei 24 testimoni fra i molti intervistati nel corso di tre anni, danno l’esatta misura della sistematicità e “ordinarietà” del massacro. NAZA è scritto maiuscolo perché è l’acronimo che l’IDF utilizza per definire gli “effetti collaterali” dei loro assassinii. E gli effetti collaterali sono le migliaia di civili e bambini eliminati consapevolmente da “funzionari” militari che si limitano ad eseguire da perfetti impiegati gli ordini ricevuti. La banalità del male a opera dei perseguitati di un tempo. Imperdonabile! E imperdibile il film.

Ivan Andreoli

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