Il Cammino di Santiago in bici: “La fatica ti fa capire cosa conta davvero”

Ci sono viaggi che si misurano in chilometri, dislivelli e ore passate sui pedali. E poi ci sono quelli fatti di incontri, silenzi, fatica e parole che solitamente restano dentro. Per i tre carpigiani Andrea Baraldi, Federico Leporati e Paolo Carnevali, il Cammino di Santiago è stato entrambe le cose. Partiti il 26 agosto da Roncisvalle, nel cuore dei Pirenei, hanno raggiunto il 2 settembre Santiago de Compostela, per poi proseguire fino a Finisterre. Nove giorni in sella alle loro mountain bike muscolari, circa 950 chilometri e 14mila metri di dislivello. Una sfida fisica importante, ma soprattutto un viaggio dentro uno dei percorsi spirituali più conosciuti al mondo.

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Ci sono viaggi che si misurano in chilometri, dislivelli e ore passate sui pedali. E poi ci sono quelli fatti di incontri, silenzi, fatica e parole che solitamente restano dentro. Per Andrea Baraldi, Federico Leporati e Paolo Carnevali, tre carpigiani già protagonisti lo scorso anno del pellegrinaggio in mountain bike da Rimini a Roma lungo il Cammino di Francesco, il Cammino di Santiago è stato entrambe le cose. Partiti il 26 agosto da Roncisvalle, nel cuore dei Pirenei, hanno raggiunto il 2 settembre Santiago de Compostela, per poi proseguire fino a Finisterre, affacciata sull’Oceano Atlantico. Nove giorni in sella alle loro mountain bike muscolari, circa 950 chilometri e 14mila metri di dislivello. Una sfida fisica importante, ma soprattutto un viaggio dentro uno dei percorsi spirituali più conosciuti al mondo.

“Il viaggio a piedi è veramente difficile, anche dal punto di vista fisico. Ci stupivamo guardando i pellegrini, ci chiedevamo come facessero”. Loro, invece, hanno scelto la bicicletta. “In mountain bike è stato molto bello, duro, perché facevamo un centinaio di chilometri al giorno ma è stato anche divertente”. La fatica, però, sul Cammino non è soltanto un ostacolo da superare, diventa piuttosto uno strumento per conoscersi. “Noi eravamo un gruppo organizzato e non ci conoscevamo. Poi, nelle difficoltà, ci siamo affiatati. Nel sacrificio ci si unisce, ci si confronta in profondità”. Sì perchè il Cammino abbatte ogni distanza. Succede tra i compagni di viaggio, ma anche tra pellegrini arrivati da ogni parte del mondo. “Abbiamo incontrato persone che partivano da sole e poi formavano gruppi stranissimi: giapponesi con americani, inglesi con spagnoli. Il Cammino ti porta a parlare con persone che nella vita normale probabilmente non incontreresti mai. E a raccontare cose che faresti fatica a condividere con chi conosci”. Lungo il percorso ci sono poi i segni lasciati da chi è passato prima. Croci, piccoli messaggi, ricordi affidati alla strada. “Ci sono vari punti in cui i pellegrini lasciano croci e messaggi in ricordo di amici e parenti che non ci sono più”. Luoghi che aggiungono al viaggio una dimensione intima, quasi sospesa, dove la strada degli altri finisce per incrociare la propria. E poi arriva Santiago. L’obiettivo, quello inseguito per nove giorni, finalmente è davanti agli occhi. “L’emozione del traguardo raggiunto è sempre molto forte”. Con il Cammino di Santiago, in fondo, si chiude anche un cerchio iniziato qualche anno fa. Prima Rimini-La Verna, poi La Verna-Assisi, quindi, lo scorso anno, Assisi-Roma.  “È un percorso religioso, culturale e anche sportivo, perché ti mette alla prova. E la fatica ti fa capire cosa sia davvero importante”. Forse è proprio questo il senso del viaggio di Andrea, Federico e Paolo: arrivare a Finisterre, là dove per secoli si pensava finisse il mondo, per scoprire che qualche volta è proprio quando la strada sembra finire che qualcosa, dentro, ricomincia.

Jessica Bianchi

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