E’ pensando ai miei figli che ho deciso di scrivervi. Negli ultimi anni la nostra serenità è stata profondamente compromessa da una situazione che, purtroppo, riguarda molte altre famiglie. A pagare il prezzo più alto è stato mio figlio maggiore, che ha quasi sedici anni e che fin dall’inizio dell’adolescenza ha frequentato la piazza insieme ai suoi amici. All’inizio ne ero felice. Ho sempre creduto che i luoghi pubblici vadano vissuti: le piazze, i parchi, i giardini e i locali sono spazi che dovrebbero appartenere ai ragazzi, perché è lì che imparano a socializzare, a diventare autonomi e a crescere. Oggi, invece, comprendo quei genitori che hanno paura di lasciare uscire i propri figli. Li capisco perché quella paura l’ho provata anch’io, per quello che abbiamo vissuto direttamente e per i racconti di tanti altri ragazzi, si è creato un clima che rende sempre più difficile vivere la piazza con serenità.
Parlo di tentativi di furto, alcuni purtroppo riusciti, di biciclette, cellulari, capi di abbigliamento e persino di scarpe. Parlo di spintoni, schiaffi, minacce, intimidazioni e vandalismi. Episodi che diventano ancora più preoccupanti quando vengono messi in atto da gruppi numerosi di giovani che agiscono sfruttando la forza del branco. Quando dieci ragazzi si avvicinano a un adolescente che ha semplicemente deciso di trascorrere il pomeriggio con gli amici, è difficile per lui sentirsi al sicuro.
Nonostante la convinzione, ormai molto diffusa, che denunciare questi episodi serva a poco, ho sempre insegnato ai miei figli che davanti alle ingiustizie non bisogna voltarsi dall’altra parte. Se tutti tacciono per paura di ritorsioni, chi usa la violenza finisce inevitabilmente per sentirsi sempre più forte. Quel che però non può diventare normale è che un ragazzo debba avere paura di frequentare uno spazio pubblico o che assistere a episodi di violenza e prepotenza diventi parte della quotidianità. Ho deciso di raccontare questa esperienza perché non voglio che altri genitori finiscano per considerare normale ciò che normale non è. Non penso che questo problema riguardi soltanto Carpi. È una realtà presente in molte città italiane. Ma io vivo qui, così come i miei figli, ed è di questa comunità che mi sento responsabile. Continuare a minimizzare o limitarsi a interventi che non riescono a restituire ai ragazzi una reale sicurezza, significa lasciar crescere un fenomeno che rischia di peggiorare ulteriormente.
Credo che la responsabilità sia anche della nostra generazione. Per questo penso che, oltre a chiedere risposte alle istituzioni, anche i cittadini possano fare la loro parte. Forse è arrivato il momento di immaginare nuove forme di partecipazione civica. Così come esistono i gruppi di controllo di vicinato o le reti di volontari che intervengono nelle emergenze, potrebbe nascere una rete di genitori disponibili a raggiungere rapidamente la piazza quando vengono segnalate situazioni di tensione.
Non per sostituirsi alle forze dell’ordine, ma per essere una presenza adulta, visibile e rassicurante. A volte sapere che ci sono adulti presenti può essere sufficiente a scoraggiare certi comportamenti e a far sentire meno soli i nostri ragazzi. Forse questa non è la soluzione. Forse è soltanto uno spunto ma credo sia arrivato il momento di aprire un confronto vero tra famiglie, istituzioni, scuole, associazioni, forze dell’ordine e tutti coloro che vivono questa realtà. So che esistono già persone e associazioni impegnate su questo fronte e il loro lavoro merita rispetto. Proprio per questo penso che serva un coinvolgimento ancora più ampio, perché la sicurezza dei nostri ragazzi non può diventare un problema delegato a pochi. Continuare a raccontare ciò che sta accadendo è fondamentale. Non per creare allarmismo, ma affinché nessuno possa illudersi che il problema sia sotto controllo se, nella realtà vissuta da tante famiglie, non lo è. Sono disponibile a confrontarmi con chiunque abbia la volontà e la possibilità di costruire soluzioni concrete. La domanda che mi pongo ogni giorno è una sola: dobbiamo davvero aspettare che accada qualcosa di irreparabile prima di decidere che era il momento di intervenire? Io spero sinceramente di no.
Lettera firmata
























