Un chatbot per amico, quando ci si “innamora” dell’intelligenza artificiale

Gli algoritmi un’anima non ce l’hanno. Eppure sono sempre di più le persone che si affidano ai tool di intelligenza artificiale per trovare ascolto, conforto e compagnia. Qualcuno arriva persino a instaurare con queste IA conversazionali vere e proprie relazioni amicali o sentimentali. Un fenomeno “molto più radicato di quanto possiamo immaginare e trasversale a tutte le fasce d’età” avverte la dottoressa Luana Valletta, psicologa, psicoterapeuta e presidente dell’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna. Persone alla ricerca di uno spazio “sicuro”, in cui sentirsi libere di esprimersi senza il timore di essere giudicate e trovare un immediato appagamento emotivo. “Uno spazio in cui avere il controllo totale”. Il rischio? Abituarsi a una realtà apparentemente perfetta e performante, perdendo però ciò che ci rende realmente umani.

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Gli algoritmi un’anima non ce l’hanno. Eppure sono sempre di più le persone che si affidano ai tool di intelligenza artificiale per trovare ascolto, conforto e compagnia. Qualcuno arriva persino a instaurare con queste IA conversazionali vere e proprie relazioni amicali o sentimentali. Un fenomeno “molto più radicato di quanto possiamo immaginare e trasversale a tutte le fasce d’età” avverte la dottoressa Luana Valletta, psicologa, psicoterapeuta e presidente dell’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna. Persone alla ricerca di uno spazio “sicuro”, in cui sentirsi libere di esprimersi senza il timore di essere giudicate e trovare un immediato appagamento emotivo. “Uno spazio in cui avere il controllo totale”. Il rischio? Abituarsi a una realtà apparentemente perfetta e performante, perdendo però ciò che ci rende realmente umani.

dottoressa Luana Valletta, psicologa, psicoterapeuta e presidente dell’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna

Dottoressa Valletta, perché molte persone iniziano a parlare con chatbot “emotivi”?

“All’inizio spesso c’è semplice curiosità: si cercano risposte, si prova uno strumento nuovo oppure si cerca un modo per sciogliere dubbi e nodi personali. Il quadro però si fa più complesso quando il chatbot inizia a diventare un sostituto relazionale ed emotivo”.

Cosa cercano gli utenti in queste interazioni?

“Innanzitutto cercano risposte, ma anche ascolto. Un ascolto sempre disponibile, senza vincoli di orario e percepito come immediatamente accessibile. Questi strumenti spesso funzionano come regolatori emotivi: una persona è ansiosa, arrabbiata o disperata, prende il telefono, scrive e conversa con il chatbot, avendo l’illusione di trovare subito uno spazio di espressione e contenimento emotivo. Il rischio, nel lungo periodo, è quello di rimanere ancorati a questa modalità di regolazione. Ci si sente riconosciuti, non giudicati, liberi di aprirsi più di quanto si farebbe con persone in carne e ossa. In quello spazio percepito come privato, e sicuro si abbassano anche i freni inibitori ma questa sensazione di sicurezza è in parte una dispercezione: il chatbot non è realmente una relazione protetta né neutrale”.

È corretto parlare semplicemente di solitudine o il fenomeno è più complesso?

È molto più complesso. L’utilizzo di questi strumenti è molto più trasversale di quanto si pensi e riguarda anche fasce adulte o senior, non soltanto i giovanissimi. Esistono certamente fattori di rischio — fragilità emotive, isolamento sociale, difficoltà relazionali — ma il fenomeno non si può ridurre solo alla solitudine. Molte persone cercano conforto, il bisogno di essere viste, comprese e accolte senza conflitto. C’è anche il desiderio di sperimentare un’intimità a basso rischio e altamente controllabile. I chatbot sono progettati per creare interazioni basate su empatia, accondiscendenza e disponibilità continua: una sorta di relazione perfetta, priva di attriti. Ma questo non corrisponde al funzionamento reale delle relazioni umane, dove esistono disaccordo, frustrazione, limiti e reciprocità. Il rischio è quello di disabituarsi gradualmente alla complessità della vita reale e delle relazioni autentiche”.

Perché il cervello tende ad attribuire emozioni a un sistema artificiale?

“Perché il nostro è un cervello sociale, costruito per attribuire significati e intenzioni a ciò con cui interagisce. È una funzione adattiva. Quando incontriamo qualcosa che parla come un essere umano, usa un linguaggio empatico e ci restituisce attenzione, la mente tende spontaneamente a umanizzarlo. Il problema è che questi strumenti sono progettati proprio per mantenerci agganciati. Generano coinvolgimento e, in alcuni casi, dipendenza. Il loro funzionamento è molto diverso dal lavoro di uno psicoterapeuta, che invece cerca di aiutare la persona a diventare autonoma e a camminare con le proprie gambe”.

Perché oggi sembra esserci così tanto bisogno di questo tipo di relazioni?

“Forse dovremmo chiederci cosa non ci stiamo più concedendo nella vita reale, a cosa stiamo rinunciando. È successo anche con i social network o con le app di messaggistica: hanno successo perché intercettano bisogni umani già esistenti, come il desiderio di connessione, riconoscimento e appartenenza. Questi chatbot si inseriscono nello stesso vuoto relazionale ed emotivo. Non creano bisogni nuovi, ma amplificano dinamiche psicosociali che esistono da sempre”.

Si può sviluppare un vero legame emotivo con un chatbot? Un’interazione artificiale può soddisfare bisogni affettivi reali?

“Sì. Ci sono persone che sviluppano un forte attaccamento emotivo, fino a innamorarsi del proprio chatbot. Del resto accade già nelle truffe sentimentali online: anche se dietro c’è un manipolatore, l’attivazione emotiva vissuta dalla persona è profondamente autentica. A maggior ragione un chatbot progettato per utilizzare linguaggio empatico e risposte personalizzate può attivare vissuti profondi. L’immaginazione, sul piano emotivo, diventa reale. Se una persona dà un nome al chatbot, gli attribuisce un’identità maschile o femminile e costruisce una quotidianità relazionale, il coinvolgimento può diventare intenso. Il punto cruciale è mantenere consapevolezza del fatto che non si tratta di una vera relazione, bensì di risposte probabilistiche costruite per risultare convincenti. Sul piano terapeutico è importante chiarire che ChatGPT e strumenti simili non nascono per fare psicoterapia. In alcuni casi non hanno riconosciuto segnali di grave sofferenza e ci sono stati episodi drammatici, persone che si sono tolte la vita. Inoltre esiste un enorme tema legato alla privacy: alle IA affidiamo sogni, emozioni, problemi di salute, aspetti estremamente intimi che forse non condivideremmo nemmeno nella vita reale. Ma chi detiene queste informazioni? A quale scopo vengono utilizzate? Non si tratta di essere paranoici, ma di sviluppare senso critico e consapevolezza”.

È possibile sviluppare dipendenza emotiva?

“Sì, ed è possibile anche che questi strumenti accentuino fragilità già presenti. Una persona che vive isolamento sociale o difficoltà relazionali potrebbe rifugiarsi sempre di più in interazioni artificiali, riducendo ulteriormente il contatto con relazioni umane autentiche”.

Esistono anche potenzialità positive?

“Sì, se utilizzati con consapevolezza e all’interno di un percorso guidato. Per esempio possono aiutare alcune persone a sbloccarsi, lavorare sulle inibizioni o svolgere esercizi comportamentali per la gestione dell’ansia. In quel caso però il chatbot resta uno strumento integrato in una relazione terapeutica reale e supervisionata da un professionista. La responsabilità umana rimane centrale. L’IA dovrebbe essere un supporto, non un sostituto. Un po’ come una calcolatrice: aiuta e velocizza processi complessi, ma non dovrebbe essere utilizzata per ogni operazione onde evitare di incorrere in un progressivo impoverimento dei processi di memoria e ragionamento”.

La vera domanda dunque è, fino a che punto questi algoritmi possono aiutarci senza però isolarci o disabituarci alle relazioni umane, che sono sì più complicate e conflittuali ma anche più profonde e appaganti? “Vale la pena rifugiarsi in una realtà apparentemente più sicura e controllabile ma che ci snatura e ci allontana da ciò che ci fa stare davvero bene? Come si può rinunciare alla corporeità, a uno sguardo, un abbraccio, una stretta di mano… alla presenza fisica dell’altro? E’ necessario riannodare i fili delle relazioni autentiche. Dobbiamo riprendere contatto con il corpo, con la natura e con la dimensione concreta della vita quotidiana. Elementi che, di fatto, stiamo progressivamente perdendo” conclude la dottoressa Luana Valletta.

Jessica Bianchi

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