I pazienti meritano più attenzione e rispetto

Dopo un’esperienza personale vissuta all’Ospedale Ramazzini di Carpi, durante il ricovero della madre 74enne per un intervento alla cataratta, una lettrice ci ha inviato la propria testimonianza. “Non si tratta di una polemica contro il sistema sanitario o il personale medico - sottolinea - bensì di una riflessione sul tema, spesso sottovalutato, della comunicazione con i pazienti, in particolare con le persone anziane, e sull’impatto che parole e atteggiamenti apparentemente banali possono avere in un momento di fragilità”.

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Sono in ospedale, zona Chirurgia Oculistica e Gastroscopia – Colonscopia. Ho accompagnato mia madre di 74 anni: deve operarsi alla cataratta e non può tornare a casa guidando l’auto, quindi ha bisogno di un accompagnatore solo per questo motivo. Per il resto se la caverebbe tranquillamente da sola.

L’infermiera la chiama dentro. Mia madre è organizzatissima: ha già lasciato la giacca, ha in mano la busta con i documenti richiesti. L’infermiera le dice di lasciare anche la borsa a me. Mia madre chiede se deve portare dentro gli occhiali.
L’infermiera risponde:
“Signora, visto che deve operarsi agli occhi, gli occhiali non le servono”.

Mia madre allora specifica che sta parlando degli occhiali da sole, che nel foglio di convocazione erano indicati come indispensabili.
L’infermiera risponde:
“Signora, non c’è il sole purtroppo”.

Mia madre è troppo nervosa e concentrata sull’operazione per fare caso a questa risposta. Io sollevo gli occhi dal libro che sto leggendo e, mentre loro entrano in ambulatorio, resto gelata a riflettere.

“Signora, non c’è il sole purtroppo.”
Che razza di risposta è?

Domando: non bastava un semplice “No signora, non le servono”?

Perché, cara infermiera, hai sentito il bisogno di trattarla come una deficiente (nel senso etimologico del termine: mancante, non in grado di compiere un ragionamento sensato e completo)? Perché hai sentito il bisogno di sentirti superiore, più intelligente, sottolineando che secondo te stava dicendo una cosa senza senso?

Non è un dettaglio. Non è una semplice battuta. È un’offesa gratuita.

La domanda era lecita e implicava un ragionamento completo che mia madre aveva fatto a casa: le luci dell’ospedale, per quanto vecchie, ingiallite e impolverate, possono dare fastidio subito dopo l’operazione, a tal punto da rendere necessario l’uso degli occhiali da sole per evitare dolore o fastidio all’occhio operato.
Ecco perché vengono richiesti.

La domanda di mia madre intendeva esattamente questo. Perché, se nelle istruzioni è scritta una prescrizione come “portare gli occhiali da sole”, una persona pensante conclude che servano a proteggere l’occhio dalla luce di qualsiasitipo.
Anche perché siamo a gennaio in Val Padana, non ad agosto sulla scogliera dei Turchi ad Agrigento.

Se non fosse per la luce, non avrebbe senso una prescrizione del genere.

Perché in ospedale è così necessario trattare il malato come incapace, a prescindere dall’essere umano che si ha davanti?
E soprattutto: perché, oltre a trattarlo da incapace, si sente il bisogno di umiliarlo?

Non sono già abbastanza umilianti di per sé le condizioni in cui una malattia o un problema fisico costringono a vivere?

Basterebbe così poco per migliorare l’esperienza di un malato.
Investiamo moltissimo in macchinari di ultima generazione, studi avanzatissimi su geni, molecole e tecnologie, e poi non siamo capaci di investire qualche ora in una formazione seria sulla comunicazione?

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