L’inizio del 2026 rappresenta un passaggio simbolico ma anche concreto per ripensare il nostro modello di welfare locale. Tra i temi che meritano una riflessione pubblica profonda c’è quello dei centri diurni, servizi storici per persone con disabilità e fragilità che oggi si trovano di fronte a una scelta cruciale: restare ancorati a modelli del passato o evolvere insieme alla società che cambia. In diverse regioni italiane stanno nascendo esperienze che trasformano i centri diurni in luoghi di vita, relazione e partecipazione, veri e propri cantieri di inclusione capaci di dialogare con il territorio. In Emilia-Romagna, e in particolare a Carpi e nell’Unione Terre d’Argine (Carpi, Soliera, Novi di Modena, Campogalliano), questa trasformazione appare più lenta e frammentata.
Dalla socialità alla sanitarizzazione
Negli ultimi anni, molti centri diurni hanno progressivamente perso la loro funzione originaria di spazi di aggregazione e cittadinanza, rientrando sempre più spesso all’interno di percorsi sanitari e sociosanitari. Se da un lato questo ha garantito standard di cura e protezione, dall’altro ha prodotto conseguenze evidenti: riduzione della dimensione comunitaria, rigidità organizzativa, minore apertura verso il territorio e una visione della persona centrata prevalentemente sul bisogno e non sulle capacità. Il rischio concreto è che i centri diventino luoghi di “gestione della fragilità”, anziché ambienti che promuovono autonomia, relazioni e partecipazione.
Un territorio che invecchia
I dati demografici rendono questa riflessione ancora più urgente. A Carpi, su circa 74mila residenti, oltre 17.600 persone hanno più di 65 anni, pari a quasi un quarto della popolazione. Un trend che riguarda anche i comuni limitrofi e che è destinato ad accentuarsi nei prossimi anni. Parallelamente, l’Unione Terre d’Argine gestisce una rete articolata di servizi e strutture per anziani non autosufficienti che supera i 400 posti complessivi tra residenzialità e accoglienza protetta. Questi numeri raccontano un territorio che sta cambiando rapidamente e che si confronta con nuove forme di fragilità, ma anche con nuove risorse umane.
Longevità attiva: una risorsa, non un problema
In questo contesto, parlare di longevità attiva diventa fondamentale. Vivere più a lungo non significa solo avere più bisogni di cura, ma anche più tempo, esperienze, competenze e desiderio di partecipazione. La longevità attiva si fonda su alcuni principi chiave: mantenere ruoli sociali significativi nel tempo, favorire relazioni intergenerazionali, promuovere autonomia, movimento, apprendimento continuo e riconoscere il valore delle persone anziane e con disabilità come parte viva della comunità. I centri diurni potrebbero diventare uno degli spazi privilegiati per rendere concreta questa visione: non solo luoghi per “stare”, ma luoghi per fare, contribuire, incontrarsi.
Centri diurni come presìdi di comunità
Ripensare i centri diurni in chiave di longevità attiva significa immaginare: spazi aperti al quartiere e alla cittadinanza, laboratori condivisi con scuole, associazioni, biblioteche, progetti di utilità sociale, culturale e ambientale, occasioni di scambio tra generazioni e percorsi flessibili, costruiti sulle persone e non solo sui servizi. Esperienze già attive in altre regioni dimostrano che questo approccio non solo migliora la qualità della vita delle persone coinvolte, ma rafforza la coesione sociale e riduce l’isolamento, una delle grandi fragilità del nostro tempo.
Una sfida per Carpi e le Terre d’Argine
Il nostro territorio ha una lunga tradizione di welfare, cooperazione e attenzione sociale. Proprio per questo, oggi ha la responsabilità di non accontentarsi. Il 2026 può diventare l’anno in cui Carpi e le Terre d’Argine iniziano un confronto serio e pubblico su: quale idea di disabilità e di invecchiamento vogliamo sostenere, che ruolo attribuiamo ai centri diurni nel futuro, come integrare servizi sociali, sanitari e comunità locale e come trasformare la longevità in opportunità di partecipazione.
Una domanda aperta
Questa rubrica sociale nasce per porre domande, non per chiuderle. La più importante, all’inizio di questo nuovo anno, è semplice ma decisiva: vogliamo servizi che contengono o comunità che includono? La risposta riguarda tutti: istituzioni, operatori, famiglie, cittadini. E il tempo per iniziare a costruirla è adesso.
Una responsabilità politica, oggi
Il tema dei centri diurni non è tecnico né marginale. È una scelta politica. Parla di quale idea di società vogliamo costruire, di come intendiamo l’invecchiamento, la disabilità, la partecipazione delle persone alla vita collettiva. Continuare a investire prevalentemente in modelli chiusi, sanitari e poco permeabili al territorio significa accettare una visione riduttiva della persona, che guarda al bisogno prima ancora che al potenziale. Al contrario, ripensare i centri diurni come presìdi di comunità, luoghi di longevità attiva e inclusione reale, significa fare una scelta di futuro. Le istituzioni locali – Comune di Carpi e Unione delle Terre d’Argine – hanno oggi l’opportunità e la responsabilità di aprire un confronto pubblico serio e trasparente, coinvolgendo servizi, operatori, famiglie e cittadini. Non per smantellare ciò che esiste, ma per evolverlo alla luce dei cambiamenti sociali e demografici in atto. Il 2026 non può essere un anno di semplice gestione dell’esistente. Deve diventare l’anno in cui anche il nostro territorio decide se restare ancorato a modelli del passato o assumersi il coraggio politico di innovare il welfare, riconoscendo alle persone con disabilità e agli anziani un ruolo pieno nella comunità. Perché la longevità non è un’emergenza da contenere. È una risorsa da governare con visione, responsabilità e scelte politiche chiare.
























