Il Comitato Progetto Chernobyl Carpi, Novi e Soliera per anni ha ospitato i Bambini di Chernobyl presso la struttura montana del Comune di Carpi a Sella di Borgo Valsugana. Roberto Rebecchi, testimone e attore primo di quegli anni, ha scritto una testimonianza a contributo del dibattito pubblico circa la sorte dell’Hotel Valparadiso in atto in questi mesi.

Cosa hanno da condividere questi tre luoghi, così lontani uno dall’altro, così diversi dal punto di vista storico, culturale e geografico? Tutto ha avuto inizio quasi 40 anni fa, nell’aprile del 1986 quando l’incidente alla centrale nucleare Lenin di Chernobyl, Ucraina, provocò una nube radioattiva che contaminò pesantemente i vicini territori di Ucraina, Russia e, in modo particolare, Bielorussia, che risultò essere la più colpita. La contaminazione da iodio131 provocò nei successivi anni l’insorgere di malattie e di tumori alla tiroide, mentre la ricaduta di altri radionuclidi a lungo decadimento, come il Cesio137 che ha tempi di decadimento/dimezzamento di circa 28 anni, causò l’incremento di altre patologie, anche tumorali, e un generale abbassamento delle difese umanitarie nelle popolazioni colpite. Degli effetti – sociali e sanitari – di questa immane tragedia, i bambini risultarono essere i soggetti più esposti e vulnerabili. Per queste ragioni nel 1994 un gruppo di volontari appartenenti alle associazioni laiche e cattoliche del territorio di Carpi e Soliera diede vita al Comitato Progetto Chernobyl, a cui negli anni successivi si aggregarono anche realtà associative di Novi di Modena.
Con il sostegno di tante famiglie ospitanti del territorio, ebbe inizio un progetto di accoglienza temporanea di bambini e bambine provenienti dalle aree più contaminate della Bielorussia, proseguito fino al 2006. Grazie a un soggiorno di un mese in una zona non contaminata e, soprattutto, grazie a una alimentazione priva di radionuclidi, i bambini poterono abbattere fino al 50% delle sostanze nocive accumulate vivendo in territori avvelenati. Ogni anno venivano accolti mediamente 30 bambini e bambine, arrivando ad ospitarne oltre 540 solo nel nostro territorio, coinvolgendo sia diverse associazioni che centinaia di famiglie, che hanno aperto le loro case a questa esperienza di solidarietà.
Durante il giorno i ragazzi erano impegnati in attività di gruppo con i loro coetanei del territorio, per poi trascorrere la sera con le rispettive famiglie ospitanti. Ora, cosa hanno a che fare Chernobyl, Carpi e la Valsugana? In quegli anni, la struttura “Hotel Valparadiso” di proprietà del Comune di Carpi, era parecchio utilizzata da adulti e bambini, anche grazie ai Circoli di promozione sociale ARCI e ad altre realtà associative laiche e cattoliche locali, oltre alle scuole d’infanzia. Il soggiorno dei “bambini di Chernobyl” si svolgeva sempre a settembre, così ci sembrò un’ottima opportunità utilizzare la struttura per trascorrere lì, in quel luogo di pace e meraviglia, una settimana nell’arco dei 30 giorni di permanenza. L’esperienza fu possibile solo grazie al coinvolgimento, è il caso di dirlo, dell’intera comunità del nostro territorio, e non solo. Nella gestione della cucina, con i circoli anziani e parrocchiali, nella gestione delle attività ricreative, con educatori provenienti da diverse realtà associative: decine e decine di giovani si sono succeduti negli anni, alcuni anche grazie alla collaborazione con il servizio civile internazionale. Anche componenti delle famiglie ospitanti hanno collaborato alla gestione del soggiorno, oltre ai volontari dell’associazione Progetto Chernobyl.
Il tutto con l’insostituibile sostegno del Comune di Carpi, che per tutti gli anni di accoglienza ha messo a disposizione la struttura senza alcun onere per l’associazione. Lo stesso Comune di Borgo Valsugana è sempre stato disponibile per gli aspetti logistici e nelle eventuali emergenze, anche di carattere sanitario. Ed ecco spiegato cosa ha legato e cosa lega queste realtà e, soprattutto, queste Comunità. Può sembrare strano che una struttura come l’Hotel Valparadiso, isolato e circondato da un paesaggio montano fantastico, possa favorire e far crescere un sentimento di condivisione e comunità. In quegli anni, in quel luogo, in quel contesto, si formarono comunità di bambini e bambine, ragazzi e ragazze, uomini e donne, giovani e anziani. E il tutto, attorno a un progetto di solidarietà in cui aveva parte anche l’idea e l’interesse a migliorare il nostro modo di vivere e, perché no, anche per cambiare il nostro mondo, la nostra stessa comunità. Perché avevamo, e abbiamo ancora, bisogno di luoghi belli, di relazioni, dell’Altro, di costruire pensieri e idee e di incontrarci e confrontarci. La “Valsugana” contribuì, con i suoi luoghi, i suoi colori, le sue stanze e le sue cucine, i suoi spazi. E può ancora farlo. Certo, da allora sono cambiate parecchie cose, alcuni volontari e amici ci hanno lasciato, e con loro se ne è andata anche la forza e l’energia che ha sostenuto per tanti anni la gestione e la vita della struttura. In tutta sincerità, non ho informazioni, facili soluzioni o idee per valutare se sia il caso o meno di “lasciare andare” la struttura in Valsugana. Anche perché, diciamolo, non è stata e non è solo un edificio. Ciò che posso dire è che sempre di più stiamo perdendo il senso e il valore dell’essere Comunità, stiamo trascurando ciò che è Bene Comune, e sicuramente l’Hotel Valparadiso è un Bene che non appartiene a una Amministrazione ma alla Comunità. Occorre però che quella Comunità esista nei fatti e non solo come proposta o esigenza di uno o più singoli, o di una o più associazioni. Solo se si riuscirà a riappropriarsi del senso, di quel senso di condivisione e comunità ormai perduto, sarà possibile non solo trovare soluzioni per “la Valsugana” ma, soprattutto, per la nostra Comunità.
Roberto Rebecchi
























