Un neonato può mettere a dura prova, cosa fare per non perdere il controllo

Bastano pochi secondi di violento scuotimento da parte del genitore o di un adulto, in preda all’esasperazione per un pianto prolungato o alla stanchezza per le notti insonni, per causare nel neonato conseguenze permanenti e in molti casi letali. É la cosiddetta Sindrome del bambino scosso (Sbs), una grave forma di trauma cerebrale infantile che secondo il report 2023 della Fondazione ‘Terre des Hommes’ colpisce nei Paesi industrializzati tra i 14 e i 40 casi ogni 100mila bambini, con un’incidenza in Italia stimata in circa una trentina. Quali sono i segnali che dovrebbero indurre mamme e papà a fermarsi, respirare e chiedere aiuto? A rispondere è lo psicologo e psicoterapeuta Marco Franchini, coordinatore del Gruppo di Lavoro Infanzia e Adolescenza dell’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi dell’Emilia-Romagna.

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lo psicologo e psicoterapeuta Marco Franchini, coordinatore del Gruppo di Lavoro Infanzia e Adolescenza dell’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi dell’Emilia-Romagna

Un neonato tra le braccia, un pianto inconsolabile, la stanchezza per le tanti notti insonni che pesa come un macigno sulle spalle. Un istante, un gesto impulsivo che può cambiare tutto. L’11 e il 12 aprile tornano le Giornate nazionali di prevenzione della Shaken baby syndrome, promosse nell’ambito della campagna nazionale nonscuolterlo! della Fondazione Terre des Hommes. Un appuntamento che ogni anno riporta l’attenzione su un trauma che, in 1 caso su 4, può portare conseguenze gravissime e talvolta irreparabili per i piccoli dal momento che i loro muscoli del collo sono deboli, la testa è proporzionalmente più grande e il cervello è ancora in fase di sviluppo. Tra il 2018 e il 2023, in Italia sono stati segnalati 47 casi in 7 ospedali partner della Rete ospedaliera di prevenzione del maltrattamento infantile (Torino, Milano, Padova, Genova, Firenze, Bari, Napoli). Tra il 2015 e il 2023, 8 casi sono stati registrati al Sant’Orsola di Bologna.
Ma cos’è esattamente la Sindrome del bambino scosso (Sbs) e quali sono i segnali che dovrebbero indurre mamme e papà a fermarsi, respirare e chiedere aiuto? A rispondere è lo psicologo e psicoterapeuta Marco Franchini, coordinatore del Gruppo di Lavoro Infanzia e Adolescenza dell’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi dell’Emilia-Romagna: “La Sbs una forma di trauma cerebrale che si verifica quando un neonato o un bambino molto piccolo viene scosso violentemente. Scuotimento che può provocare lesioni gravi e persino la morte qualora avvenga in una fase molto precoce. Statisticamente tale gesto viene compiuto da una figura primaria, ovvero uno dei due genitori: movimenti repentini che, pur durando pochi secondi, possono generare danni permanenti”.

Dottore cosa spinge un genitore a sentire il “bisogno” di scuotere il proprio bambino?
“Alla base c’è una rottura nella capacità di regolazione emotiva. Nei primi mesi di vita, il pianto può essere tanto inconsolabile quanto esasperante e questo può generare nel genitore un forte senso di frustrazione e impotenza. Tutti i genitori, in condizioni di vulnerabilità, sono a rischio, soprattutto in presenza di deprivazione di sonno, difficoltà economiche o dinamiche di coppia conflittuali. A volte può esserci anche una difficoltà nel contenere l’impulsività, legata sia a caratteristiche personali sia alla prima esperienza genitoriale. Vi è dunque un ampio ventaglio di elementi che deve essere attenzionato a fini preventivi. Il punto però è un altro: un genitore che a fronte di un lungo pianto sente rabbia nei confronti del proprio bambino non è sbagliato. È proprio da quel segnale che bisogna partire. Riconoscerlo è il primo passo per evitare che tali stati emotivi prendano il sopravvento e portino poi a gesti incontrollati”.
Cosa fare dunque nelle situazioni di forte stress?
“E’ fondamentale allontanarsi dallo stimolo: posare il bambino in un luogo sicuro e starvi lontani qualche istante per recuperare la calma. Può essere poi estremamente utile chiedere aiuto, anche solo con una telefonata a un amico o al partner, per scaricarsi e sfogarsi. Esistono poi strategie semplici, come il controllo del respiro, che aiutano a regolare l’attivazione emotiva e riprendere il controllo. Io le definisco ‘tecniche di sicurezza’: strumenti che ogni genitore dovrebbe conoscere, come un vero e proprio patentino. Sentirsi sopraffatti non significa essere cattivi padri o madri, ma è il segnale che bisogna fermarsi e attivare quelle azioni che aiutano a non trasformare l’impulso in un comportamento violento”.

Quali sono i segnali che dovrebbero indurre mamme e papà a fermarsi, respirare e chiedere aiuto?
“I bambini hanno la capacità di attivarci in modo potente, anche toccando le nostre parti più fragili. Un genitore è umano, sentirsi sopraffatti è umano. I segnali sono chiari: la rabbia che sale, il pianto che diventa insopportabile, la sensazione di perdere il controllo. È come essere un vulcano sul punto di eruttare. Mettere un coperchio, negando o colpevolizzando quello che si prova, è pericoloso. Bisogna riconoscere quel segnale e fermarsi prima che il gesto accada, mettendo in atto le azioni di cui parlavamo prima. Su tutte l’allontanamento. Lo ripeto ancora una volta – conclude il dottor Franchini – normalizzare questi vissuti è essenziale: parlarne non significa essere deboli, ma prevenire. I bambini non sono creature ‘angeliche’ e possono metterci profondamente alla prova, soprattutto alla prima esperienza: non dormire per settimane compromette il corpo e la mente, rende vulnerabili. Ma ancora più difficile è sentirsi incompresi e isolati. Ascoltare i neo genitori, condividerne la fatica, accoglierli, è senza dubbio il più bel gesto che possiamo fare nei loro confronti”.
La Shaken baby syndrome può essere evitata. Se il pianto del bambino sembra incontenibile, dopo avere verificato che tutte le sue necessità primarie siano soddisfatte, è fondamentale posarlo in un luogo sicuro e prendersi qualche istante per recuperare lucidità. Chiedere supporto, quando possibile, è un gesto di responsabilità, non di debolezza. È un gesto che può salvare una vita.
Jessica Bianchi

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