Il dolore personale si trasforma in arte e la “colonna spezzata” di Frida Kahlo diventa per la ballerina di origine carpigiana Teresa Levrini e il coreografo Marco Antonio Carlucci, un simbolo di speranza. Teresa si è avvicinata alla danza a 5 anni e a 9 è entrata nella scuola di Liliana Cosi e Marinel Stefanescu a Reggio Emilia. Dopo l’esperienza alla Hamlyn di Firenze, a 18 anni si è trasferita in Germania per lavorare con Robert North.
Teresa, interpretare Frida Kahlo non è solo una sfida tecnica, ma un’immersione in una psicologia complessa. Come ti sei preparata?
“Insieme a Marco Antonio Carlucci abbiamo intrapreso una ricerca profondissima: film, libri, mostre. Ma la vera chiave di volta è stata un’esperienza personale. Nel 2020, Marco ha vissuto un momento drammatico: una protrusione discale gli ha causato una paralisi alle gambe per alcune ore. Durante la sua riabilitazione, la figura di Frida è diventata il suo faro. La forza di questa grande artista e il suo amore per la vita gli hanno dato il coraggio di tornare a ballare. Io ero lì, come moglie e come artista, a condividere ogni centimetro di quel recupero. Una sera, ascoltando Rebirth of a Thought di Estas Tonne, abbiamo iniziato a trasformare quel dolore reale in passi di danza. In quella stanza è nato il passo a due tra la Morte e Frida: un modo per raccontare come ci si rialza dopo una caduta”.
Frida è spesso sinonimo di sofferenza fisica. Come avete tradotto il “corpo martoriato” in un linguaggio che fosse, allo stesso tempo, vitale e potente?
“Ci siamo chiesti cosa potesse aver provato una ragazza di diciotto anni dopo quell’incidente devastante. Marco ha immaginato un’altalena emotiva, un vortice di sensazioni contrastanti. Per rendere questa dualità, ha introdotto la figura della Llorona, un alter ego che incarna la sua parte oscura, i tradimenti di Diego, gli aborti. Ma Frida era anche esplosione di vita, colori e animali. Il movimento danza costantemente su questo crinale: il peso del dolore contro la leggerezza dell’anima”.
I quadri di Frida sono celebri per la loro intensità cromatica. Come avete reso questa forza visiva sul palco?
“Abbiamo scelto una via sensoriale. Se i costumi richiamano la tradizione messicana (come le iconiche rose tra i capelli), la scena resta essenziale. Il “colore” lo dà la musica. Abbiamo fatto una ricerca sonora meticolosa affinché il dialogo tra nota e movimento creasse l’atmosfera vivida di Casa Azul, senza bisogno di troppi orpelli”.
Dal punto di vista tecnico, qual è stata la sfida più grande?
Per me la tecnica deve essere assimilata subito per lasciare spazio alla drammaturgia. In Frida il virtuosismo c’è, ma non è il fine. La sfida è l’empatia: non voglio che il pubblico veda una ballerina che fa bene i passi, voglio che faccia un viaggio emotivo con me”.
Il debutto del 21 marzo non è solo il traguardo di un percorso artistico personale, bensì il frutto di un’unione straordinaria tra talenti internazionali e realtà radicate nel territorio. Sul palco del Teatro Trieste 34, Teresa e Marco non saranno soli: a dare corpo e anima alla storia di Frida ci saranno tre colleghi d’eccezione dai Teatri di Krefeld e Mönchengladbach — Stefano Vangelista, Emilio Cangá Diego e Camilla Ferrari — la cui esperienza solistica arricchirà ogni scena di spessore tecnico e intensità interpretativa. Ma il progetto ha un cuore che batte forte anche per la comunità locale. Insieme ai professionisti, danzeranno infatti dodici giovani ballerine provenienti da tre storiche eccellenze coreutiche di Piacenza: l’Accademia di Danza Domenichino, Artedanza di Sabrina Ronchetti e il Blue Lemon Studio. Questa sinergia è stata resa possibile grazie alla visione condivisa con Filippo Arcelloni, Ottavia Marenghi e Claudia Passaro del Teatro Trieste 34. L’obiettivo è chiaro: creare un linguaggio universale che unisca generazioni ed esperienze diverse, permettendo al pubblico di respirare l’atmosfera vibrante di Casa Azul e di sentirsi parte di una gioiosa rinascita collettiva”.
Quali sono i prossimi passi per questo spettacolo?
“Dopo Piacenza, Frida volerà in Belgio il 19 e 20 giugno, dove presenteremo una versione più ampia, strutturata in due atti. La danza non si ferma mai”.
Chiara Sorrentino
























