Calcio, giovani talenti italiani in fuga. Il caso di Luca Reggiani

Luca Reggiani, di anni 18, modenese, il 17 febbraio ha fatto il suo esordio assoluto in Champions League con la maglia del Borussia Dortmund. Un bello schiaffo, suvvia. Ancora una volta l’Italia non ce l’ha fatta, non ha saputo attrarre un ragazzo dal futuro assicurato. Perché qui, prima di lanciare un 18enne, ci si deve riflettere per mesi, forse anni.

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foto dal profilo Instagram di Luca Reggiani

Essere giovane, in Italia, è una sfortuna. Sì, lo è. E lo è in innumerevoli settori lavorativi, nei quali la scusa più ricorrente resta sempre: “Ci dispiace, ma mancano le risorse per gli investimenti”. Un po’ come a voler nascondere la polvere sotto al tappeto, esercizio piuttosto in voga tra chi sarebbe chiamato ad offrire opportunità e non solamente porte chiuse con la promessa di riaprirle un domani che non si intravede all’orizzonte.

Essere giovane, in Italia, è una sfortuna. Ciò che ti attende è il precariato, nella maggior parte dei casi. Lo raccontano bene i numeri: nel nostro “Bel Paese”, sono oltre tre milioni gli under 35 che vivono in condizioni di lavoro instabile e la conseguenza più diretta è l’ormai nota fuga di cervelli. Niente di nuovo. Appare quasi retorica e non fa nemmeno più notizia.

Certo, si potrebbe dire che si tratti di momenti, di passaggi storici. Oggi va così, domani chissà. Ci piace rimandare, proviamo una sorta di gusto, scommettendo su di un ipotetico progresso dimenticando che una qualsiasi evoluzione andrebbe spinta, coltivata, tifata. Le parole, invece, se le porta via il vento e con loro, le ambizioni dei ragazzi.

Nella vita. E nello sport. Ma quant’è dura la salita, direbbe qualcuno. Durissima. Se si parla di precariato nel calcio giovanile italiano, in particolar modo, lo si deve intendere sotto numerosi punti di vista. Prima di tutto, tornando a sottolineare quel maledetto impedimento ad emergere. Uno scoglio insormontabile, a volte.

Partiamo da un fatto, dalle due facce di una medaglia scolorita. Luca Reggiani, di anni 18, modenese, è un difensore di prospettiva. Cresce nel Castelvetro, ha iniziato a giocarci a 5 anni, a 8 è passato al Sassuolo. Tutto bello, fino ad ora. Per lui diventerà ancor più stupendo, per l’Italia non troppo. Il 17 febbraio 2026 fa il suo esordio assoluto in Champions League con la maglia del Borussia Dortmund. Un bello schiaffo, suvvia. Ancora una volta l’Italia non ce l’ha fatta, non ha saputo attrarre un ragazzo dal futuro assicurato. Perché qui, prima di lanciare un 18enne, ci si deve riflettere per mesi, forse anni.

Ma, esattamente, di cosa abbiamo paura? Ossessionati dal risultato immediato, perderemo il futuro.

A proposito di territorio, i dati raccontano una triste realtà. In Emilia-Romagna, nonostante le bravissime e importanti società blasonate presenti, la percentuale di giovani calciatori che riesce a toccare la vetta del professionismo quasi non arriva all’1%. In soldoni, solo un ragazzo su 5.000 arriva in serie A.

Auguri. E tutti gli altri? Il sogno si interrompe all’alba.

Ed è così che può essere inteso precario, il mondo giovanile italiano. Basti pensare che esistono regole per le quali una società viene premiata con incentivi economici se e quando utilizza un giovane in campo. O, peggio ancora, in passato nei campionati dilettantistici si imponeva un obbligo (istituito sulla base dell’età anagrafica) di impiego di un giovane. Poco importa se fosse talentuoso o meno.

L’importante era rispettare quella regola. Non valorizzare il merito, le capacità o la bravura. Quelle, precarie praticamente ovunque in Italia.

Incentivare attraverso il denaro le società affinché lancino un ragazzo? Una sconfitta. Vero, le risorse aiutano le piccole realtà, non v’è dubbio. Ecco perché, probabilmente, è precario l’intero circolo. E si è costretti a volare verso lidi innovativi, moderni. Strutture all’avanguardia attendono i nostri ragazzotti in ogni parte del mondo.

Quando si è precari, ci si accontenta. In Italia, i giovani di talento accettano di scendere di categoria per giocare con continuità, mettendo per un attimo (o forse per sempre) il sogno di una maglia prestigiosa con l’obiettivo di tornare a vestirla.

C’è un ultimo dato da declinare. Francia, Germania, Inghilterra e Spagna ci sono davanti (e dove sta la novità) quando si parla di ventenni a disposizione delle prime squadre. La nostra percentuale si ferma all’1.9%.

E allora cosa serve? Coraggio. Nient’altro che coraggio.

Alessandro Florenzi, campione d’Europa italiano nel 2021 e bandiera della Roma, a 20 anni diventa calciatore vero a Crotone in serie B.

Esempio recentissimo, Francesco Pio Esposito si afferma a La Spezia, sempre in serie B e si guadagna l’Inter a 20 anni, lì dove era cresciuto da ragazzo.

Citare Francesco Totti e Alessandro Del Piero risulterebbe fuori contesto storico. Non esiste più quella cultura. Oggi, l’allenatore si sente al centro, ancor di più nei settori giovanili perché in realtà è lui stesso a voler emergere.

E così ci meravigliamo quando un giovane ci dimostra di essere bravo. Quasi come uscito dal nulla. Ci chiediamo come mai non ce ne siamo accorti, ripercorriamo le tappe degli errori scaricando il barile tra le mani di altri e ricomincia il circolo. Che, una fine, mai avrà.

Essere giovani, in Italia, è una sfortuna. Sì. Soprattutto se agli adulti manca l’audacia di credere in loro.

Un tale che diceva: “Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia. Chi vuol essere lieto sia, di doman non c’è certezza”. In fondo, riadattandolo, tutti i torti non aveva.

Alessandro Troncone

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