Di tubercolosi (Tbc) in Italia si parla solo in occasione di nuovi focolai. A partire dagli Anni ’50, infatti, l’incidenza di nuovi casi di Tbc è notevolmente diminuita nel nostro Paese. Di conseguenza, l’attenzione al problema, il grado di sospetto diagnostico e le competenze specialistiche sono divenute meno diffuse. Tuttavia nel Belpaese si verificano ancora più di 4mila nuovi casi di Tbc all’anno: un dato che, se da una parte classifica l’Italia tra i Paesi a bassa endemia, dall’altra continua a rappresentare una realtà sanitaria che richiede strategie di prevenzione e attività di controllo.
Qual è la situazione a Carpi? Quanti casi di Tbc attiva si sono verificati nel corso 2024? Si registra un trend di aumento rispetto agli anni precedenti? Lo abbiamo chiesto alla dottoressa Alessandra Fantuzzi, dirigente del Servizio di Igiene Pubblica dell’azienda sanitaria di Modena.
“Nel Distretto di Carpi ci sono stati, nel 2024, 17 casi di tubercolosi. Erano stati 10 nel 2023, 5 nel 2022, 11 nel 2021 e 18 casi nel 2020. Si delinea pertanto un trend sostanzialmente stabile nel quinquennio. Le nazionalità dei casi di tubercolosi più frequentemente rappresentate sono i paesi asiatici (Pakistan, Bangladesh, India) ma anche alcuni paesi africani, tra cui Camerun, Mali, Sierra Leone e Ghana”.
Il rapporto 2025 Tuberculosis surveillance and monitoring in Europe pubblicato dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie e dall’Ufficio regionale dell’OMS per l’Europa, mostra che i bambini sotto i 15 anni rappresentano il 4,3% dei nuovi casi e delle recidive di tubercolosi nella Regione europea dell’OMS, con un aumento del 10% della TB pediatrica nel 2023 rispetto all’anno precedente. Analogamente, nella sola Unione Europea (UE), i bambini sotto i 15 anni rappresentano il 4,3% di tutti i casi di TB, segnando un incremento per il terzo anno consecutivo. In Italia, ad esempio, nel 2023 sono stati 144 gli under-15 che hanno contratto l’infezione, quasi il doppio rispetto all’anno precedente.
I casi di Tbc tra i bambini sono un indice di trasmissione recente dell’infezione all’interno della comunità? A cosa è imputabile l’aumento registrato? A Carpi si nota la stessa tendenza?
“I bambini rappresentano una delle fasce di popolazione più vulnerabile. In caso di contatto con i batteri della tubercolosi, la probabilità di sviluppare una forma attiva e quindi clinicamente manifesta varia in funzione di vari fattori tra cui lo stato del sistema immunitario e l’età. Tale probabilità è molto elevata nel bambino piccolo; in particolare, i bimbi sotto i due anni hanno il rischio maggiore di sviluppare tubercolosi attiva. Si stima che, se non trattati, fino al 40% dei bambini di età inferiore a un anno che hanno contratto l’infezione possa sviluppare la malattia attiva. Pertanto, i casi di tubercolosi tra i bambini costituiscono un indicatore che la trasmissione di TB in una data comunità è attiva e recente. Nel territorio della provincia di Modena, ed in particolare nel Distretto di Carpi, la maggior parte dei casi di tubercolosi attiva è costituita da persone di età adulta e di genere prevalentemente maschile”.
La tubercolosi colpisce soprattutto alcune comunità più vulnerabili, in particolare quelle composte da persone nate in Paesi ad alta endemia. Sui questi gruppi vi è una maggiore sorveglianza?
“Riguardo alle persone migranti e richiedenti asilo, sono attive a livello nazionale campagne di screening di malattie infettive, tra cui lo screening per la tubercolosi. Ci sono canali di comunicazione che è possibile aprire in caso emergano criticità: lo abbiamo visto anche in occasione del Covid, quando le comunità straniere hanno collaborato con le autorità sanitarie per ridurre i contagi e favorire la vaccinazione. Ritengo dunque che questo aspetto sul nostro territorio sia gestito anche grazie ai positivi percorsi di integrazione e dialogo ormai radicati”.
I dati, che evidenziano un aumento dei casi di TB tra i bambini, indicano che la trasmissione della tubercolosi anche nel nostro Paese è ancora in corso e fanno pensare alla necessità di interventi di sanità pubblica per contenere e ridurre il peso crescente della malattia. Quali azioni mette in campo l’Azienda sanitaria sul fronte della prevenzione, della sorveglianza e dell’eventuale contenimento?
“Oltre alle campagne di screening previste per i richiedenti asilo, il Servizio di Igiene Pubblica si occupa della gestione dei casi di tubercolosi e dei relativi contatti. In particolare, la segnalazione di caso di tubercolosi attiva bacillifera da parte di un clinico al Servizio di Igiene Pubblica comporta l’esecuzione di una indagine epidemiologica approfondita sul caso da parte del personale sanitario del Servizio di Igiene Pubblica, mirata da un lato a ricercare una possibile fonte di quell’infezione, dall’altro a individuare i possibili contatti del caso, ovvero le persone che, incontrando il caso di tubercolosi attiva, possano essere state contagiate. A tali contatti di caso, procedendo per cerchi concentrici, ovvero partendo dai contatti stretti del malato, viene offerto lo screening tubercolare, ed il successivo iter di approfondimento diagnostico nel caso di contatti positivi. In caso vi sia il coinvolgimento di comunità scolastiche, si possono prevedere anche momenti ad hoc di informazione rivolti ai genitori, oltre alla naturale collaborazione con i pediatri.
Inoltre è attivo lo screening tubercolare sul personale sanitario”.
Desta preoccupazione il fatto che, in 1 caso su 5 tra i bambini con TB in Europa, non si sappia se il trattamento sia stato portato a termine. Questa incertezza potrebbe non solo compromettere gli esiti clinici, ma anche favorire l’insorgenza di forme resistenti ai farmaci e la loro ulteriore diffusione. Uno scenario che vi preoccupa?
“Nella realtà della Regione Emilia Romagna, e quindi della Provincia di Modena, la stretta collaborazione tra i reparti clinici che gestiscono i casi di tubercolosi (Malattie Infettive, Pneumologia) e il Servizio di Igiene Pubblica, permette una sorveglianza e un follow up puntuale dei casi di tubercolosi, con eventuale sollecito da parte del Servizio di Igiene Pubblica in caso di mancata aderenza terapeutica del caso. La percentuale di casi con scarsa aderenza terapeutica o che non terminano il programma terapeutico è pertanto molto contenuta”.
Jessica Bianchi























